16 gennaio 2020

Russia: Putin annuncia riforme e cambia il governo

putin e medvedevPutin ha usato l’annuale comunicazione alle Camere riunite per annunciare riforme costituzionali. Ed è stata una scossa sismica per la Russia. Secondo vari media le riforme – tra cui la riduzione dei poteri del Presidente e il parallelo aumento di quelli del Primo ministro – mirano a preservare il ruolo di Putin in previsione della scadenza del suo mandato, prevista per il 2024.

Spiegazione alquanto superficiale, che sembra dettata da quel riflesso condizionato anti-putiniano che alberga nelle élite che narrano il mondo all’Occidente.

Putin non metterebbe mano alla zappa in maniera così traumatica a quattro anni dalla fine della sua presidenza per perpetuare il potere, ché invece la conservazione di un governo a lui totalmente confacente gli garantirebbe di consolidare al meglio la sua posizione…

La preoccupazione di Putin

In realtà, come spiega Ria Novosti, già nella comunicazione del 2019 Putin aveva espresso la sua insoddisfazione per il governo. Suo cruccio principale, lo scarso tasso di crescita dell’economia.

Così su Ria Novosti: “A questi tassi, il divario deficitario con l’America e l’Asia si sta allargando. Prima o poi, tale ‘crescita’ non sarà in grado di sostenere la più ampia prospettiva della politica estera, di garantire l’adempimento delle promesse sociali annunciate e anche la sicurezza del Paese non sarà garantita nel migliore dei modi”.

Dello stesso tenore il titolo di un altro articolo di Ria Novosti: “‘Non tutto ha funzionato’. Perché Medvedev è stato licenziato”.

Già, perché la sostanza della vicenda è che Putin ha licenziato il primo ministro Dmitrij Medvedev, da sempre al suo fianco e considerato suo uomo ombra e delfino manifesto.

Tanto che lo scelse come presidente nel 2008, quando dovette passare la mano allo scadere del suo secondo mandato, carica che conservò fino al 2012.

Un connubio che appariva indissolubile e destinato a perpetrarsi. Ma subito dopo il discorso di Putin alle Camere, Medvedev si è dimesso.

Il presidente lo ha pubblicamente elogiato  per il “lavoro congiunto”, aggiungendo però che “non tutto ha funzionato”, rimprovero temperato dalla considerazione che d’altronde non tutto va mai “totalmente bene“.

È stato lo stesso Putin a indicare il successore di Medvedev, Mikhail Mishustin, suggerimento accolto dalla Duma. Dal 2010 Mishustin è alla guida il Fisco russo, un personaggio secondario, forse scelto proprio per impedire l’emergere di uomini forti.

Medvedev dimesso

Insomma, la sostanza è che Medvedev è stato dimesso. Per lui, che il presidente non voleva far tornare a vita privata, è stata creata una carica apposita, quella di vice-consigliere al Consiglio per la Sicurezza nazionale, del quale è presidente lo stesso Putin.

Secondo Ria Novosti si tratterebbe di una carica che conferirebbe a Medvedev un potere analogo a quello che ebbe ai tempi sovietici il “Politburo”. Un incarico quindi “niente affatto nominale”.

Potrebbe essere, anche se tale prospettiva stride con la forma usata per porre fine al suo mandato e col fatto nel Consiglio sarebbe all’ombra di Putin.

In realtà, Medvedev, nonostante il suo stretto legame con lo zar, è anche altro. Egli è uomo di riferimento delle imprese e della finanza russa, con legami negli ambiti della finanza internazionale.

Incarna cioè l’ala liberal, con la quale Putin ha voluto un rapporto stretto perché necessario nella lotta contro gli oligarchi, allo sviluppo del Paese e al benessere sociale, indispensabile per ottenere consenso. E però, appunto, Dmitrj ha anche suoi spazi di manovra.

Khalifa Haftar e Fayez al Serraj a Mosca

Dmitrj, le proteste e la Libia

Ma forse a spiegare quanto sta accadendo, va ricordato che nel settembre 2019  Mosca e altre città russe hanno visto insolite manifestazioni di piazza, guidate da attivisti libertari (Guardian).

Un campanello d’allarme per un Paese che teme di essere teatro di una rivoluzione colorata simile a quelle che hanno destabilizzato i Paesi ex sovietici. Ed è impossibile che proteste così ampie non abbiano goduto del segreto supporto politico di qualche ambito russo.

Le proteste sono state riassorbite, ma è probabile che Putin abbia voluto un cambio di marcia per impedirne la reiterazione. E che abbia chiamato più vicino a sé Medvedev per meglio interloquire con certi ambiti. O, chissà, forse per marcarlo più stretto.

Da segnalare infine che il 13 gennaio si è tenuta a Mosca una conferenza sulla Libia, che non ha conseguito le aspettative di Putin, il quale sperava nell’avvio di una trattativa tra i due contendenti, Haftar e Serraj (il 19 gennaio, a Berlino, la prossima tappa di questo arduo dialogo).

Proprio sulla Libia si consumò l’unica dialettica pubblica tra Putin e Medvedev. Quest’ultimo, allora presidente della Russia, non usò il diritto di veto per impedire che l’Onu desse l’assenso all’intervento Nato contro Gheddafi. Decisione criticata dell’allora primo ministro Putin (al quale la storia ha dato ragione dato l’attuale caos libico).

La defenestrazione di Medvedev subito dopo il mezzo fallimento del vertice sulla Libia non è certo una punizione per l’errore di allora, ché la vendetta non appartiene al pragmatismo putiniano. E però la suggestione che la Libia gli abbia portato sfortuna può essere legittima.

Ps. Da vedere come cambierà la composizione del governo

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