15 gennaio 2020

L'Iran del post-Soleimani e il non-ritiro Usa dall'Iraq

L'Iran del post-Soleimani e il non-ritiro Usa dall'Iraq - truppe Usa in Iraq

Arrestati in Iran alcuni dei responsabili dell’abbattimento dell’aereo di linea ucraino sui cieli di Teheran, avvenuto nell’ambito dello scontro Usa-Iran scatenato dall’assassinio del generale Qassem Soleimani.

Ciò non basta ai Paesi che hanno registrato vittime, che continuano a pressare Teheran nonostante stiano collaborando con essa, mentre da giorni si registrano manifestazioni di piazza contro le autorità iraniane, colpevoli di aver affermato, prima di correggersi, che si trattava di un incidente.

Manifestazioni ad ampio raggio, come scrive la Reuters, dato i suoi organizzatori stanno “cercando di trasformare le conseguenze del disastro in una campagna contro la leadership iraniana”.

Eppure sono incontrovertibili le parole del premier canadese Justin Troudeau: “Penso che […] se non ci fosse stata la recente escalation nella regione, quei canadesi ora sarebbero a casa” (Guardian). A innescare la crisi è stata Washington, ma a pagarne il conto è Teheran.

Da notare che l’Iran aveva registrato manifestazioni di piazza anche prima dell’accaduto, funzionali a un regime-change. Si trattava dell’inizio di una rivoluzione colorata che, sopita, repressa, sta riprendendo vigore, anche se non sembra ancora vincente.

Soleimani ucciso perché cattivo

Quanto all’amministrazione Usa, indicativo il twitt di Trump del 13 gennaio nel quale critica i democratici che chiedono prove sulle “imminenti” minacce poste da Soleimani all’America, motivo ufficiale del suo omicidio.

Tali minacce c’erano, spiega il twitt, ma “non hanno alcuna importanza”. Il generale è stato ucciso per l'”orribile passato”.

Un modo per eludere la domanda sui fantomatici documenti di intelligence che allarmavano su minacce certe e imminenti tali da indurre all’azione. Documenti che l’amministrazione Usa non ha ancora mostrato e sulla consistenza dei quali emergono dubbi (Piccolenote).

Né può bastare la motivazione del twitt, dato che la Comunità internazionale non ha mai conferito all’America il ruolo di giudice e giustiziere globale.

La risposta concordata dell’Iran e la follia anti-iraniana

Intanto emergono conferme, anche se non ufficiali, sul fatto che la risposta missilistica di Teheran all’omicidio di Soleimani fosse stata tacitamente concordata con gli Usa, così da evitare una guerra (Reuters).

Esito di ritrovata ragionevolezza, nel quale Trump, libero dai suoi costrittori, ha avuto un ruolo (Piccolenote). Altri presidenti avrebbero potuto iniziare una guerra.

Va registrato, infatti, che certe derive non appartengono al solo Trump e al solo partito repubblicano. Lo evidenziano, tra l’altro, le parole del generale James Jones, Consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, che ha dichiarato come l’assassinio di Soleimani sia stato “assolutamente corretto” (Washington Examiner).

“Penso che la storia dirà che questa è stata la cosa giusta da fare”, ha aggiunto, perché l’omicidio, l’abbattimento “accidentale dell’aereo civile e le manifestazioni di piazza” hanno spostato “l’ago della bilancia verso un possibile crollo del regime”.

Interfenze assassine?

Per la cronaca (nera), riferiamo la nota di Analisidifesa, che dettaglia il sistema di difesa aerea iraniano, così sofisticato da rendere improbabile la confusione di un aereo di linea in decollo da Teheran con un missile diretto in direzione opposta.

Il generale Amir Ali Hajizadeh, a capo delle Forze aeree dei Guardiani della Rivoluzione, riferisce la nota, ha detto che il “missile che ha abbattuto l’aereo ucraino è stato lanciato senza che fosse stato dato l’ordine a causa di un’interferenza nelle comunicazioni”.

Lo spazio aereo a ridosso dell’Iran, continua Analisidifesa, era affollato di aerei, compreso un “RC-135W da intelligence e guerra elettronica”, in grado di confondere i sistemi di difesa…

Ma perché l’Iran tacerebbe? In un momento di gravi difficoltà, secondo l’analisi, per l’Iran è “meglio ammettere un errore umano […] che riconoscere pubblicamente che il comando e il controllo della sua difesa aerea è stato mandato in tilt o alterato da un attacco statunitense o israeliano”.

Le ambiguità dei democratici Usa

Al di là dell’ipotesi suddetta, è vero che l’Iran necessita di mostrarsi forte dopo la morte del suo generale, tanto da asserire che la vera risposta agli Stati Uniti sarà la loro espulsione dalla regione.

Ciò potrebbe attuarsi grazie alla delibera del Parlamento iracheno sull’espulsione delle truppe Usa dal Paese. Una richiesta negata dal Segretario di Stato Mike Pompeo (Politico), ma che non sembra interessare neanche ai democratici, i quali non hanno chiesto apertamente che si dia seguito al voto di uno Stato sovrano.

Lo si è capito anche nel dibattito dei candidati democratici alla Casa Bianca di ieri, dove Elizabeth Warren ha ribadito la richiesta di ritirare dal Medio oriente le truppe schierate in “combattimento”, ribadendo un’idea pregressa nella quale però aveva receduto dalla sua ipotesi di un ritiro totale. Ambiguità che implica il mantenimento di forze nella regione e forse anche nell’Iraq (Washington Post).

Lo stesso Bernie Sanders, che pure si era detto disposto a un ritiro non affrettato da Baghdad, sulla questione Iraq ieri ha solo ricordato che l’altro candidato, il favorito Joe Biden, nel 2003 aveva votato in favore della guerra contro Saddam (“tragico errore”, si è scusato).

Nessuno di loro ha fatto menzione delle richiesta ufficiale dello Stato iracheno. evidentemente troppo eversiva. Un’omissione che interpella, anche se va certo accolta con favore la propensione a evitare nuovi conflitti emersa nel dibattito.

 

 

 

 

 

 

 

 

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