7 gennaio 2020

Soleimani ucciso in missione di pace. Trump intrappolato

Il giorno in cui fu assassinato, il generale Qassem Soleimani doveva incontrare il primo ministro iracheno Abdul Mahdi per portare la risposta iraniana a una proposta di pace saudita.

Risposta evidentemente positiva, in caso contrario non si sarebbe mosso il generale, bastava un niet.

La missione di pace di Soleimani

A rivelare la notizia, lo stesso Mahdi (Matteo Carnialetto, InsideOver), aggiungendo che Trump aveva chiesto al governo iracheno di mediare con l’Iran perché ponesse fine alle manifestazioni contro l’ambasciata americana in Iraq scatenate dai raid Usa contro Hezbollah iracheno (Daily Mail).

Ne avevamo scritto a intuito, sottolineando come quel mandato e la natura pacifica della sua missione avesse reso imprudente Soleimani, rendendolo vulnerabile all’attacco proditorio all’aeroporto di Baghdad, lui che era stato sempre accorto nei suoi spostamenti.

Se guerra sarà, va ricordato come è iniziata: come per l’Iraq le inesistenti armi di massa di Saddam, così quella iraniana sugli inesistenti progetti di attentati da parte di Soleimani.

Gli iraniani si sono limitati a non smentire Madhi, di fatto confermando; Riad non può confermare per non smentire Washington, ma non ha neanche smentito, confermando a sua volta.

Il momento Sarajevo

Così è arrivato il “momento Sarajevo”, abbiamo scritto in altra nota, rimandando a un’altra guerra, quella dei Balcani, quando Bill Clinton incendiò l’Europa per evitare l’avanzare dell’impeachement.

A quanto pare lo scenario si ripete, almeno secondo la candidata Elizabeth Warren, ma ci torneremo di seguito.

Va aggiunto (non ne avevamo accennato per mancanza di spazio) che il “momento Sarajevo” rimanda anche ad altro, cioè all’assassinio di Francesco Ferdinando, che diede inizio alla Prima Guerra mondiale, un conflitto che nessuno voleva e che l’atto terroristico rese inevitabile.

Peraltro c’è un rimando alquanto puntuale. Allora fu ucciso l’erede al trono d’Austria-Ungheria; Soleimani era il candidato naturale alla successione dell’ajatollah Khamenei, guida spirituale degli sciiti, ormai a fine mandato.

Tanto che, il giorno prima del suo assassinio, il Times of London lo aveva inserito nella lista delle 20 persone in ascesa nel 2020.

Lo scontro nel cuore dell’Impero

Resta enigmatico Trump, che evidentemente si sta dibattendo in una trappola. Da notare che l’annuncio dell’assassinio di Soleimani fu dato dal Pentagono, che riferì che il presidente aveva firmato l’ordine, cosa ovvia che invece la sottolineatura del comunicato faceva risultare stonata.

Se lo ricordiamo ora è per via del garbuglio avvenuto ieri, dopo che il Parlamento iracheno aveva votato per l’estromissione delle forze degli Stati Uniti dal Paese.

Ha fatto il giro del mondo la subitanea lettera del generale americano William Seely  che, per conto del Centcom – il comando centrale dell’esercito – annunciava che la richiesta era accolta, nel rispetto della sovranità irachena.

L’accordo poteva porre fine alla contesa, dato che assicurava all’Iran una vittoria strategica.

Ma il Pentagono, altro dal Centcom, si è affrettato a dichiarare che si trattava solo di una bozza e peraltro ne smentiva il contenuto (ma se era una bozza, il contenuto avrebbe dovuto comunque essere quello).

Gli Stati Uniti, ha invece annunciato il Pentagono, resteranno in Iraq. Di fatto una dichiarazione di guerra a Baghdad, dato che le forze ivi stanziate sono diventate di “occupazione” (peraltro gli Usa erano giunti a “esportare la democrazia” e dichiarano nullo il voto del Parlamento…).

Resta la strana smentita che indica un conflitto interno negli Stati Uniti, tra chi vuole una de-escalation e chi il conflitto.

Bolton testimone a sorpresa

A spiegare la giravolta di ieri, forse, l’annuncio di John Bolton, che ha dichiarato a sorpresa di voler testimoniare sull’impeachement al Senato.

Trump ne è terrorizzato, dato che Bolton lo può inguaiare, tanto che oggi ha ri-twittato una nota sulla natura segreta dei colloqui tra il presidente e il Consigliere per la Sicurezza nazionale.

È alquanto evidente che i neocon stanno usando l’impeachement per inchiodare il presidente sulla loro posizioni e/o per perderlo alle prossime presidenziali, loro obiettivo da tempo.

Già ora la sua svolta neocon sta interpellando il suo elettorato di riferimento. “Gli americani vogliono lavoro, non la guerra”, titola The Nation.

Così sul sito estremo pro-Trump Infowars: “Sembra che i neoconservatori NeverTrump [movimento anti-Trump ndr.] di cui si è circondato il presidente lo stiano già pugnalando alle spalle […] dopo averlo convinto ad assassinare il generale iraniano Qassem Soleimani”.

Trump è caduto in una trappola. Forse credeva di fare una concessione reversibile, come ha fatto in passato, forse è stato semplicemente ingannato.

Ora ha margini di manovra più che ristretti per impedire la catastrofe. L’Iran, finiti i giorni di lutto, dovrà rispondere. Ad oggi ha specificato che non colpirà civili, evitando che gli venissero attribuiti attentati contro gli stessi.

Dal Global Times: “La dichiarazione ufficiale dell’Iran ha lasciato un certo margine di manovra, sottolineando che l’Iran non ha mai cercato né cercherà mai la guerra e che gli Stati Uniti ‘dovrebbero accettare reazioni appropriate alle loro azioni'”.

Ma rispondere senza scatenare una reazione non sarà facile, anzi è quasi impossibile.

 

Ps. Nei giorni di Natale sciami di droni non identificati hanno sorvolato per alcune notti i cieli di Colorado e Arkansas. Le autorità americane, interpellate, hanno risposto di non saperne nulla. Suggestione da 11 settembre.

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