17 dicembre 2019

Rovesciare Trump: la guerra esistenziale

Continua il fuoco incrociato su Trump: quella che dovrebbe essere una battaglia politica per eleggere il presidente degli Stati Uniti, che pure è sempre stata pugna spietata, è feroce battaglia esistenziale. Se vince Trump, il mondo della globalizzazione sarà spazzato via, come sta dimostrando la Brexit.

“Agere contra”

Da qui la spinta a travolgerlo, come abbiamo accennato in altre note. Il New York Times e il Washington Post, i più importanti giornali americani ormai ingaggiati ad affossare Trump, ogni giorno pubblicano almeno una ventina di articoli contro di lui.

Sanno bene, come lo sanno i democratici, che l’impeachement, che pure passerà alla Camera, è una pallottola spuntata, che il Senato non lo voterà. Da qui la pressione per far passare i repubblicani dalla loro parte.

Forzare i repubblicani

Così una nota della “Redazione” del WP titola: “Qualche repubblicano mostrerà rispetto per la Costituzione?”. Per rispettare la Costituzione ovviamente occorre condannare Trump.

Sul Nyt un articolo di tre importanti esponenti del partito repubblicano dal titolo: “Siamo repubblicani e vogliamo che Trump sia sconfitto”. Significativo che non siano né deputati né senatori, indice che (ancora) non hanno trovato nessuno disposto a tanto.

La campagna per convincere i repubblicani ad abbandonare Trump si è impennata con la richiesta dei democratici affinché John Bolton testimoni nell’impeachement al Senato.

Falchi storici

Il superfalco Bolton, ex Consigliere alla sicurezza nazionale di Trump, da tempo si sta relazionando nel segreto con i democratici in favore dell’impeachement. Non è un caso che tanti testimoni a carico di Trump siano legati a lui.

Ma finora ha evitato i riflettori. Ora si vuole che esca allo scoperto, nel tentativo di intimidire i senatori repubblicani sui quali ha certa influenza.

Una battaglia anche extraparlamentare, da cui l’appello firmato di 700 tra storici e giuristi contro Trump (The Hill).

A darsi da fare anche figure apicali della Cia, dell’Fbi e della Nsa. Piovono loro interventi sui media, nei quali si presentano come patrioti angosciati per la minaccia che Trump pone agli Stati Uniti.

Guerre infinite: “nostalgia canaglia”

Una preoccupazione che ha ragioni solide: se già al primo mandato Trump è riuscito a evitare di aprire un’altra guerra, al secondo sarà più libero e potrebbe davvero chiudere qualcuno almeno dei conflitti ancora aperti.

Si può ricordare come, dal post 11 settembre, tutte le presidenze hanno avuto le loro guerre. George W. Bush nel primo mandato ebbe Afghanistan e Iraq, limitandosi a proseguirle nel secondo, dilatando così oltremodo la destabilizzazione e il terrorismo globale.

L’amministrazione Obama, sotto l’influsso del Segretario di Stato Hillary Clinton, diede avvio alla Primavera araba, con appendici terribili nella guerra siriana (da cui il mostro Isis) e libica.

Nel suo secondo mandato fu costretto poi a sostenere la rivoluzione (colpo di Stato) di Madian e il conseguente intervento militare di Kiev contro i ribelli del Donbass.

Il traditore Trump

Trump non solo non ha iniziato nuove guerre, ma ha evitato quella contro l’Iran e vanificato gli sforzi per fare intervenire direttamente gli Usa nel conflitto siriano e in quello venezuelano, oltre a intraprendere vie di pace in Afghanistan e contrastati passi distensivi con Russia, Corea del Nord e Cina.

Nel secondo mandato, più libero, potrebbe portare avanti tali prospettive, da cui il terrore dell’apparato militar-industriale e degli ambiti finanziari che si sono arricchiti con le guerre infinite.

Ultimo arrivato nella legione anti-Trump, William Webster, ex direttore di Cia e Fbi, che oggi firma un articolo sul Nyt contro la “minaccia” Trump.

I giochi di prestigio dell’Fbi

Di alcuni giorni fa il report del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sull’indagine del Russiagate, ignorato o banalizzato dai media.

Questa la sintesi di Intercept: “il rapporto documenta molteplici casi in cui l’FBI, al fine di convincere un tribunale […] a consentire lo spionaggio dell’ex agente Carter Page, esponente della campagna elettorale di Trump durante le elezioni del 2016, ha manipolato documenti, nascosto cruciali prove a discarico e legittimato affermazioni che sapeva inaffidabili se non addirittura false”.

Peraltro, i capi dell’Fbi avevano anche ricevuto segnalazioni in proposito dai loro sottoposti, ignorandole. Non un’operazione banale, dato che da questa scaturirono diversi filoni di inchiesta del Russiagate.

La Sicurezza dell’informazione

Nessun giornale che cavalcò l’inchiesta ha fatto ammenda. Nell’articolo di Intercept anche la denuncia riguardo i “tanti giornalisti provenienti dai ranghi della Sicurezza nazionale degli Stati Uniti finiti nei posti chiave dell’informazione”.

“La narrazione prodotta dalle Agenzie di sicurezza dello Stato e riciclata dai loro affidabili agenti nei media su vicende tanto critiche era una finzione, una frode, una bugia”.

“Ancora una volta, il discorso degli Stati Uniti è stato ripreso dalla propaganda perché i media statunitensi e gli apparati chiave della Sicurezza di Stato hanno deciso che sovvertire la presidenza di Trump ha una priorità così alta – e che il loro giudizio politico è più importante del risultato delle elezioni – che tutto, incluso il diritto di  mentire ai tribunali e alla pubblica opinione, è giustificato perché i fini sono altamente nobili”.

Estremo, forse, ma ha un fondo di verità.

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