16 dicembre 2019

La Brexit: la vittoria delle involontarie convergenze parallele

Brexit: Jeremy Corbyn e Bernie Sanders.

Jeremy Corbyn e Bernie Sanders

Tanti i fili che legano la politica del mondo anglosassone, e forse mai come oggi così espliciti. Se Boris Johnson è stato definito il Trump britannico, il suo oppositore, Jeremy Corbyn, è stato associato all’oppositore di Trump, Bernie Sanders.

Fili che si intersecano in maniera che sembra ineluttabile. E se la vittoria di Johnson alle elezioni britanniche è stata vista anche come una vittoria Trump, così la sonora sconfitta di Corbyn viene registrata come un nefasto presagio per la corsa alla Casa Bianca di Sanders, finora convincente.

Sanders e Corbyn

Narrativa forzata, dato che Corbyn e Sanders hanno convergenze, essendo gli unici leader progressisti di rilievo della scena internazionale ancora attenti al destino dei lavoratori, ma anche profonde divergenze.

Le spiega Franklin Foer su The Atlantic, il quale rileva come Corbyn sia stato travolto dalle accuse di antisemitismo, cui Sanders è immune per le sue origini (i suoi discendenti sono sopravvissuti all’Olocausto).

Ma dettaglia anche differenze sia nel rapporto-scontro con la globalizzazione, sia in rapporto alla politica estera americana (della quale Sanders rigetta le guerre infinite, ma non eventuali interventi umanitari), sia riguardo la Nato, che Corbyn vuol abolire al contrario del suo omologo Usa.

Differenze notevoli anche su Israele: se Corbyn ha sposato decisamente la causa palestinese in opposizione a Tel Aviv, Sanders, sebbene sostenga la nascita di uno Stato palestinese e sia critico verso il governo israeliano quando indulge in una politica di tipo muscolare, resta fiducioso sulle possibilità di Israele di cambiare il suo approccio ai problemi regionali.

Insomma, tanto li accomuna, ma tanto li separa. Da qui l’impossibilità di usare, nel caso specifico, il detto simul stabunt simul cadent.

La fermezza di Corbyn

Ma qualche parola va spesa anche sulla sconfitta di Corbyn, salutata dai media israeliani, che ne hanno condannato a lungo l’antisemitismo, con un’enfasi che non si è registrata per altre degenerazioni antisemite decisamente più deprecabili, come ad esempio il neonazismo ucraino.

Ma a parte le accuse di antisemitismo, che Corbyn ha sottovalutato con troppa leggerezza, il fattore decisivo della sua sconfitta va ricercato altrove, come sottolineato con aperto rimprovero da diversi media mainstream.

La sua colpa, secondo tali media, sarebbe stata quella di non aver abbracciato con entusiasmo e pienamente la causa del Remain. La sua ambiguità sulla Brexit avrebbe così lasciato campo libero al suo avversario.

Il fatto è che Corbyn ha sempre dichiarato che il referendum aveva espresso la volontà dei cittadini britannici e lui si è impegnato a non violarla.

Massima concessione in tal senso era stata l’ipotesi di indire un altro referendum, rispetto al quale, però, aveva già dichiarato di voler osservare una posizione neutrale.

La Brexit e la sconfitta di Blair

Insomma, nessuna concessione all’ex premier laburista Tony Blair e ai suoi, strenui assertori della necessità di restare agganciati al carro della Ue e feroci avversari di Johnson (Repubblica).

Altri, al posto di Corbyn, si sarebbero consegnati al Credo anti-Brexit, conversione che gli avrebbe garantito un sostegno mediatico e finanziario enorme, dato che la causa della Brexit ha potenti oppositori.

Invece è rimasto sulle sue posizioni, rifiutandosi di vendersi e vendere il suo partito alla Finanza globalista, attestandosi in difesa dell’idea basilare della democrazia, che la sovranità risiede nel popolo, il quale si era espresso tramite il referendum.

Si può notare altresì che, senza la larga sconfitta di Corbyn, Johnson non avrebbe avuto quella maggioranza assoluta che gli permetterà di attuare la Brexit. Così, da un certo punto di vista e per una bizzarra eterogenesi dei fini, la più grande sconfitta di Corbyn coincide con la sua più grande vittoria.

Significativo, in tal senso, il fatto che Johnson si sia recato nel collegio elettorale di  Blair a rivendicare la sua vittoria, come a indicare al mondo il vero sconfitto della contesa (The Indipendent).

Il ruolo dei libdem e dello Snp e quello della Regina

Ma ad aiutare involontariamente Johnson sono stati altri due partiti a lui avversi, i Liberal democratici e lo Scottish National Party.

A portare il Paese a elezioni anticipate, infatti, sono stati questi due partiti, dopo che la sua proposta in tal senso era stata bloccata (Bbc).

I libdem sono poi stati spazzati via dalle elezioni, mentre il partito nazionalista scozzese ha vinto grazie all’arretramento dei laburisti; una vittoria che rilancia la possibilità di una secessione della Scozia dalla Gran Bretagna (ipotesi oggi vaga, ma che nel tempo potrebbe acquisire concretezza).

Insomma, se è vero che la Brexit, ormai destino manifesto, registra in Johnson il grande vincitore, essa è stata resa possibile grazie a una serie di eventi-coincidenze che hanno reso più facile l’impervio cammino: dalla richiesta di voto dei nazionalisti scozzesi e dei libdem, quest’ultima risultata suicida, alla fermezza di Corbyn sulle sue posizioni.

En passant si deve registrare anche la vera grande vincitrice di questa storica contesa, la Regina d’Inghilterra, silenziosa sostenitrice del distacco della Gran Bretagna dall’Unione europea, che Trump, nella visita del giugno scorso, definiva “una donna veramente grande“. Lo ha dimostrato in pieno in quest’ultima mission del suo lungo mandato.

Ps. Se dedichiamo questa terza nota alla Brexit, e non sarà l’ultima, è per la sua importanza storica. Altre notizie di questi giorni appartengono alla cronaca.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page