14 dicembre 2019

La Brexit e l'accordo commerciale Usa-Cina

Nel giorno in cui vince la Brexit, Donald Trump annuncia un accordo di “fase uno” con la Cina (la “fase due”, forse, a dopo le elezioni). Non un coincidenza cronologica, ma geopolitica.

Come accennato in altra nota, la Brexit segna un passo verso un altro ordine mondiale, verso l’uscita dal tunnel della globalizzazione sacra e selvaggia, consegnata all’élite finanziaria globale (la globalizzazione in sé resterà sotto altre forme, la Rete planetaria è irrevocabile).

Un accordo di “fase uno” è la definizione data all’intesa Usa-Cina, che riprende letteralmente quanto auspicato da Pechino da mesi (Xinhua, 26 novembre: “La Cina e gli Stati Uniti continuano i colloqui sull’accordo commerciale di ‘fase uno'”).

È una prima intesa, quella che serve ad attenuare rischiose tensioni internazionali e a dare una marcia in più a Trump in vista delle presidenziali del 2020, mentre i suoi avversari stanno arrancando perdendosi nei fumi inebrianti dell’impeachement, che il giorno della Brexit hanno fatto avanzare, controcanto in ribasso rispetto alla sconfitta subita

Ma è anche un primo passo verso quell’intesa tripartita tra Cina, Russia e Usa che quanti sostengono Trump auspicano possa ridisegnare il mondo futuro, secondo linee di faglia ancora da stabilire date le tante variabili e le varie conflittualità ancora aperte.

Il nodo Iran e l’attacco preventivo di Netanyahu

Tra queste ultime, la più pericolosa è certo quella mediorientale, che rischia di precipitare il mondo in un conflitto di prospettiva globale.

Ne accenna Haaretz, spiegando come a Tel Aviv e altrove si sussurra di un’opzione conseguente l’attuale stallo israeliano, che vede Israele precipitare in una nuova elezione che potrebbe porre fine al lungo regno di Netanyahu.

Ipotesi fondata, dato che il premier la affronterà sotto processo, tanto che un sondaggio ha rilevato che il suo sfidante, Benny Gantz, avrebbe “sei punti di vantaggio”, il più grande distacco da quando, dall’aprile scorso, è iniziata l’interminabile disfida tra i due (Timesofisrael).

Da qui i mormorii: Netanyahu, ancora premier, potrebbe usare “questo lasso di tempo per realizzare la sua più grande aspirazione: un attacco israeliano che, una volta per tutte, ponga fine al progetto nucleare iraniano”.  Trump approverebbe l’iniziativa per rafforzare la sua presa sugli evangelici Usa (legati alla destra israeliana) in vista delle elezioni del 2020.

In realtà, spiega Haaretz, “tale teoria non sembra avere basi al momento”, dato che non c’è alcuna pianificazione in tal senso, ma soprattutto perché “il premier sa che incontrerebbe obiezioni da parte dei responsabili della Difesa e che la sua decisione, dato il processo che lo riguarda e che è basato su tre reati piuttosto seri, non godrebbe di molta fiducia nella pubblica opinione”.

Peraltro, a smentire seccamente l’entusiasmo di Trump per una simile iniziativa, un tweet del presidente americano che salutava con enfasi lo scambio di prigionieri avvenuto alcuni giorni fa tra Teheran e Washington (Piccolenote).

“Grazie all’Iran per questa trattativa […] Vedi, possiamo fare un accordo insieme!”. Certo, nessun accordo con Teheran può avvenire prima delle presidenziali del 2020, scrive giustamente Haaretz, né sembra ci sia spazio per una photo opportunity distensiva che immortali il presidente iraniano e quello americano.

Troppo rischioso per Trump, che perderebbe parte dei voti degli evangelici e parte di quelli ebraici. E però resta il “niet” a un attacco preventivo contro Teheran, che non è poco.

Meno problemi internazionali per Trump

Così, sedata la conflittualità sull’asse Washington-Pechino, apparentemente sedata quella più rischiosa e imprevedibile che corre sull’asse Teheran-Tel Aviv-Washington, il rischio che un conflitto di grandi proporzioni possa turbare la campagna elettorale di Trump, oltre che destabilizzare il mondo (cosa un pochino più importante), ad oggi è più improbabile.

Non è un particolare secondario, basti pensare a quanti presidenti Usa hanno visto la loro rielezione messa in crisi da una conflittualità esterna.

Jimmy Carter vide collassare la sua campagna a seguito della crisi dell’ambasciata americana a Teheran, George W. Bush padre la vide impantanarsi nell’improvvisata e improvvida operazione “Restore hope” in Somalia…

Se poi Trump, come ha sempre auspicato, farà qualche grande accordo con la Gran Bretagna post Brexit prima delle presidenziali, metterà nel paniere altre profferte per l’elettorato americano.

Non si tratta in questa nota di esaltare il presidente americano, quanto di registrare che il processo di erosione della globalizzazione selvaggia, che la presidenza Trump avversa, sta crescendo.

E ciò nonostante il durissimo fuoco di sbarramento al cambiamento, che spesso proviene anche da ambiti in buona fede, consci cioè dei guasti provocati della cessione del Potere, e di tutto il Potere, alla Finanza, ma succubi di narrative e di spinte che da quel Potere discendono.

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