12 dicembre 2019

Israele, il lungo stallo: terza elezione in un anno

Israele è destinata ad andare a elezioni il prossimo 2 marzo. È la terza in un anno, dopo quelle del 9 aprile e del 17 settembre che non sono riuscite a dare un nuovo governo al Paese data la situazione di stallo.

Si andrà al voto con Netanyahu premier, che conserva la carica nonostante non abbia la maggioranza del Parlamento dall’aprile scorso.

Una situazione che potrebbe apparire un vulnus alla democrazia, ma che ad oggi non è oggetto di contestazione da parte dei suoi pur accaniti oppositori, che potrebbero essere legittimati a chiedere, come avviene in vari Paesi europei, un governo di garanzia indicato  dal presidente.

Evidentemente Netanyahu, nonostante le difficoltà in cui versa, non ha ancora perso il suo tocco magico, che gli permette di cavalcare ondate che avrebbero travolto altri.

Netanyahu: terza elezione con handicap

Terza elezione, dunque, alle quali però il leader del Likud parteciperà con un handicap, cioè l’incriminazione da parte della Corte Suprema, la quale ha dato via libera a un processo per i vari reati a lui contestati dalla magistratura.

Un handicap che potrebbe avere un peso alla prossima tornata elettorale, almeno questo è quanto sperano i suoi avversari e quanto temono alcuni esponenti del suo partito, che paventano la sconfitta.

Gideon Sa'ar

Gideon Sa’ar

Da qui la sfida lanciata a Netanyahu da parte di Gideon Sa’ar, capofila della contestazione interna, che avrebbe finalmente ottenuto il via libera per le primarie del partito, attraverso le quali spera di sostituire lo storico leader.

Usiamo il condizionale perché, sebbene le primarie siano state fissate per il 26 dicembre, Netanyahu – che pure aveva dato il suo placet -, si sta muovendo per annullarle.

Timesofisrael, infatti, riporta che David Bitan, suo braccio destro e uomo forte nel Likud, ha dichiarato di aver concluso una raccolta di firme per convocare il vertice del partito allo scopo di chiudere la possibilità.

Il fonte estero

Insomma, Netanyahu non cede di un centimetro. Anche per questo è arrivata l’offerta di Avigdor Liberman, suo strenuo oppositore e uomo di finissimo intuito politico, che ha avanzato l’ipotesi di un condono per le ancora asserite malefatte del premier (il processo deve ancora iniziare) in cambio di un suo ritiro dalla politica attiva.

Offerta che Netanyahu non accetterà, dato che spera ancora di imporsi alle elezioni, ma che dice molto dell’incertezza in cui si dibatte Tel Aviv, che, come spiegano tanti media israeliani, resta appesa al destino di Netanyahu.

Il premier spera ancora di ribaltare il tavolo da gioco con qualche mossa a sorpresa, in particolare attraverso la politica estera.

Ne deriva un nervoso attivismo in Medio oriente, che può creare nuove asperità con l’Iran, sia direttamente che indirettamente (lungo l’asse sciita: Libano, Siria, Iraq).

Ma può anche infiammare nuovamente il fronte palestinese: sia a Gaza, rompendo la via del negoziato. sia in Cisgiordania, la cui annessione a Israele è ormai parte della propaganda elettorale.

Insomma la conflittualità permanente tra Israele e i suoi vicini-avversari regionali rischia di trovare nuovo alimento.

Bennet e i generali

Sul punto va segnalato, significativo esempio, il notevole attivismo del nuovo ministro della Difesa, Naftali Bennet, che da avversario di Netanyahu, grazie alla nomina, è diventato suo alleato di ferro.

Bennet sta interpretando il suo ruolo con piglio assertivo, minacciando direttamente ed in modo esplicito i nemici di Israele, iraniani in testa, tramite interviste e conferenze stampa che stanno alimentando “tensioni” con i vertici della Difesa israeliana, usa a lavorare nella riservatezza per evitare escalation.

Ne riferisce Haaretz, che racconta di un vertice a Tel Aviv nel quale i più alti generali  dell’esercito si sono confrontati per affrontare la situazione.

Alcuni dei convenuti avrebbero definito “irresponsabili” certi atteggiamenti del ministro, che rischierebbero di “danneggiare la sicurezza di Israele”.

I responsabili della Sicurezza vogliono evitare strappi imprevisti, quanto nefasti, alla gestione della criticità regionale. La polveriera mediorientale va maneggiata con cura: la sua eventuale esplosione metterebbe a rischio la stessa Israele. E i generali lo sanno più dei politici.

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