9 dicembre 2019

Afghanistan, inutile strage: le rivelazioni del Washington Post

guerra afghanistan“Cosa stiamo cercando di fare qui? Non avevamo la più pallida idea di ciò che stavamo intraprendendo”. Così Douglas Lute, generale a tre stelle, definito lo zar della guerra dell’Afganistan della Casa Bianca durante le amministrazioni di Bush e Obama.

La considerazione di Lute sulla guerra afghana è una sintesi perfetta di quanto emerge da un’indagine interna del governo degli Stati Uniti, la cui documentazione, 2.000 pagine tra note, documenti e interviste ai protagonisti del conflitto, è emersa grazie alla caparbietà di alcuni giornalisti del Washington Post, che hanno avuto accesso a tali atti in base al Freedom of Information Act, “dopo una battaglia legale durate tre anni”.

Afghanistan: inutile strage

Dal 2001 a oggi, “sono state schierati in Afghanistan oltre 775.000 militari statunitensi […] 2.300 di questi sono morti e 20.589 sono rimasti feriti in azione, secondo i dati del Dipartimento della Difesa”. Chi spiegherà al popolo americano  “che tutto ciò è stato invano?”, aggiunge Lute (WP).

L’inchiesta rivela l’inutilità della guerra senza fine scatenata in Afghanistan – parte delle guerre infinite scatenate dai neocon all’indomani dell’11 settembre -, ma non tiene in debito conto le sofferenze subite dal popola afghano, che l’America si è incaricata di difendere dai talebani e altre fazioni estremiste.

Ci sarebbe da chiedersi se invece di alleviare tali sofferenze, la presenza di truppe Usa nel Paese le abbia aumentate, ma è domanda che lasciamo sospesa, attenendoci a quanto sta emergendo, che comunque ha un valore storico.

L’America registra precedenti importanti in materia. Uno su tutti, che ricalca perfettamente quanto sta avvenendo, è la vicenda dei Pentagon Papers.

I Pentagon Papers

Allora, si era nel 1971, il New York Times prima e il Washington Post poi iniziarono a pubblicare gli atti di un’inchiesta segreta condotta dal Pentagono sulla guerra in Vietnam, che rivelava le tante menzogne della propagandata americana, usa a vendere una progressiva serie di successi che invece erano tutt’altro, come dimostrò l’epilogo disastroso del conflitto.

Un richiamo puntuale, dunque, quello attuale del Washington Post, a una delle inchieste più incisive della stampa americana, che Hanna Arendt condensò nel suo Reflections on The Pentagon Papers, tradotto in Italia dalla Marietti: “La menzogna in politica. Riflessioni sui «Pentagon Papers»” (ne consigliamo la lettura).

Si era al 1971 quando lo scandalo dell’inutile guerra vietnamita divenne di pubblico dominio e presidente era Richard Niixon, che proprio per contrastare tale scandalo istituì quella squadra speciale di investigatori, che gli fu fatale l’anno successivo, quando fu inviata nel Watergate a indagare sui suoi nemici politici (la vicenda è ben narrata su Miller Center – University of Virginia).

Così la pubblicazione odierna del Washington Post ha anche questo rimando suggestivo: dai Pentagon Papers agli Afghanistan Papers e dall’impeachement di Nixon all’impeachement contro Trump.

Trump e l’accordo con i talebani

Suggestione tutta da verificare, però, dato che in realtà è fin dalla campagna elettorale per la sua elezione a presidente che Trump batte sull’inutilità di quel conflitto, tanto che sta cercando in tutti i modi di porvi fine.

L’ultimo grande tentativo in tal senso è stato fatto nel settembre scorso, quando l’intenso negoziato con i talebani era arrivato in dirittura di arrivo ed è saltato per un attentato imprevisto, ma soprattutto per il contrasto del Consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, che deve anche a questo ulteriore “niet” il suo allontanamento dalla Casa Bianca (Piccolenote).

A fine novembre, però, il rilancio in pompa magna del negoziato: Trump visita a sorpresa l’Afghanistan e annuncia che i “talebani sono pronti a un cessate il fuoco”.

Un annuncio, però, che non ha trovato seguito. In realtà, nonostante la generale consapevolezza dell’inutilità di quella guerra, l’idea di siglare la pace con l’ultradecennale nemico non sta passando.

A opporsi sono i neocon, per i quali la guerra è ossigeno e vita, ma anche, sottotraccia, tanti democratici, che non vogliono consegnare a Trump una vittoria diplomatica prima delle presidenziali.

Peraltro la guerra pone non poche criticità allo sviluppo della Via della Seta cinese, che tanti ambiti americani spingono per contenere…

Corsa a ostacoli

Ad oggi i fautori della pace non sembra che abbiano la forza di superare gli ostacoli. Peraltro è facile far saltare i negoziati: basta un attentato, come avvenuto l’ultima volta.

E l’Afghanistan è terra di attentati, anche perché tante sono le bande locali contrarie a un’intesa che le priverebbe dei proventi della guerra e dell’oppio, di cui il Paese trabocca.

Chiudere la guerra attutirebbe  il traffico di oppio: un colpo non indifferente al terrorismo internazionale che di tale traffico si alimenta. Certo, troverebbe alternative, ma intanto…

La pubblicazione del Washington Post riapre una partita che era andata in stallo. L’inutilità di quella guerra ora è di dominio pubblico, ufficiale e controfirmata dall’esercito americano.

Dall’inizio della pubblicazione dei Pentagon Papers alla fine della guerra dei Vietnam passarono 4 anni. Stavolta si spera in una tempistica più accelerata.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page