5 dicembre 2019

Netanyahu lancia la sua campagna elettorale

Benjamin Netanyahu incontra Mike Pompeo in Portogallo. E la politica interna israeliana si intreccia in maniera indissolubile con la politica internazionale.

Il vertice con il Segretario di Stato Usa, infatti, giunge dopo il definitivo fallimento di un accordo di governo tra il premier israeliano e il suo rivale Benny Gantz, che precipita Israele nel baratro di nuove elezioni, le terze in un anno.

“Sono pronto ad andare alle elezioni” ha infatti dichiarato il premier prima di partire per il Portogallo (Timesofisrael), indicando il suo favore al nuovo corso elettorale.

Per ribadire la solidità della sua posizione sembra aver chiuso alla possibilità di indire le primarie del suo partito, chieste da alcuni esponenti del LIkud che temono di andare al voto con il loro leader incriminato dalla magistratura, cosa che rischia di alienargli parte dell’elettorato.

L’incontro con Pompeo

Il summit con Pompeo apre dunque la terza campagna elettorale di Netanyahu, che nell’occasione ha esplicitato le due direttrici sulle quali baserà la sua offerta all’elettorato.

Anzitutto ha ringraziato il Segretario di Stato per le aver affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania sono legittime, dichiarazioni che hanno suscitato reazioni nel mondo e in America (Piccolenote).

Netanyahu ribadisce così il suo favore per l’annessione della Cisgiordania a Israele, tema caro ai coloni e alla destra ultra-religiosa, suoi ambiti di riferimento, con i quali però, i rapporti iniziano a farsi più ardui.

Difficoltà palesate dalla presa di posizione a favore del suo rivale interno, Gideon Sa’ar, da parte del leader della lobby dei coloni del Likud, Yossi Dagan (Timesofisrael).

La carta Iran

L’endorsement di Degan ha certo hanno impensierito Netanyahu, che però tira dritto, contando sul suo asso nella manica, cioè la capacità di coinvolgere il mondo nella sua azione di contrasto all’Iran, tema del suo incontro con Pompeo.

Netanyahu tende a presentarsi come l’unico politico israeliano capace di vincere l’ultradecennale guerra di attrito contro Teheran. A tal proposito si è vantato di aver impedito l’incontro tra Trump e Rohani all’Assemblea generale dell’Onu del settembre scorso (Timesofisrael).

Netanyahu da tempo si accredita il merito di aver coinvolto gli Stati Uniti nel confronto contro l’Iran, vanificando la propensione di Trump per un accordo con Teheran (il presidente iraniano, Hassan Rohani, a sorpresa, ha rilanciato la possibilità di un’intesa…).

Il nuovo scenario mediorientale offre spazi di manovra in tal senso, dato che i Paesi della mezzaluna sciita sono sconvolti da proteste a sfondo sociale con forte caratterizzazione anti-iraniana.

La crisi della Mezzaluna sciita

Manifestazioni di massa hanno provocato la caduta di governi considerati filo-iraniani in Iraq e Libano e criticità alla stessa Teheran, dove le proteste sono state sedate a fatica (vedi Piccolenote: “Lo sciame anti-Iran si è abbattuto sulla mezzaluna sciita).

Criticità gravi sia per l’Iran che i suoi alleati regionali, almeno a stare a quanto scrive David Rosemberg su Haaretz: “Le recriminazioni che animano le proteste in Libano e in Iraq sono al di là di qualsiasi cosa Teheran o i leader locali possano affrontare: questa non è una primavera araba, questo è un autunno persiano“.

Una criticità che Netanayhu spera di alimentare, almeno a stare ai resoconti dell’incontro con Pompeo, nel quale il Segretario di Stato ha concordato con lui la possibilità di “creare opportunità” per favorire i protagonisti della protesta.

Favorire la protesta

Ovviamente i due si sono ben guardati dal proporre un concreto appoggio ai manifestanti, dato che confermerebbe le accuse in tal senso mosse sia da Teheran che dai suoi alleati regionali (Press-Tv, e Associated Press).

Ma resta indubbio quanto recita il titolo di Haaretz: “Nel loro incontro a Lisbona, Netanyahu e Pompeo vedono le proteste del Medio Oriente come una possibilità di indebolire l’Iran”.

Sperano cioè che le proteste portino al collasso del cosiddetto impero iraniano, ottenendo quanto sfuggito attraverso la campagna di massima pressione contro Teheran, come scrive David Rosemberg su Haaretz.

Si tratta di erodere le capacità militari di Hezbollah in Libano e di creare un governo anti-iraniano in Iraq, ma anche porre nuove criticità in Siria, alleata dell’Iran, dove, a causa della guerra in corso, “l’espressione pubblica di malcontento potrebbe portare a nuovi combattimenti” (Haaretz).

Il veto della Nato

Netanyahu spera, dunque, di offrire a Israele se non la vittoria finale su Teheran, almeno un drastico ridimensionamento della sua influenza regionale.

Obiettivo sfuggente, dato che sia gli sciiti iracheni che Hezbollah finora sono riusciti a ridimensionare la portata eversiva delle manifestazioni, assecondandone le richieste sociali.

Sviluppi da seguire. Resta però che Netanyahu non solo deve fare i conti con gli avversari interni, ma anche con la nuova situazione internazionale, che lo vede meno protagonista di un tempo, come indica il veto posto alla sua richiesta di partecipare al vertice Nato.

Netanyahu aveva sperato che la partecipazione al summit rilanciasse la sua immagine internazionale. Così quel veto, anche se motivato da ragioni logistiche, assume un peso politico-simbolico non indifferente, come si legge su Timesofisrael.

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