4 dicembre 2019

La Cina non è l'Unione sovietica

Su The Atlantic, un articolo di Melvyn P. Leffler sui rischi insiti nel confronto tra Stati Uniti e Cina, che per molti riproporrebbe, sotto altre spoglie, quello della Guerra Fredda, che vide opposte Washington e Mosca.

Sia in seno all’amministrazione americana che nel più ampio contesto culturale degli Stati Uniti e dell’Occidente, si sta consolidando l’idea che individua la Cina “come un avversario intenzionato a smantellare un ordine globale incentrato sugli Stati Uniti e forgiarne uno nuovo a proprio favore”.

Ciò non solo per l’analogia che vede due potenze di prospettiva globale contrapposte, ma anche per il sistema di governo cinese, quel comunismo che rimanda a quello sovietico.

La Guerra Fredda

“La Guerra Fredda non è avvenuta semplicemente perché c’erano due superpotenze nel mondo, ma a causa delle circostanze specifiche che gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare dopo il 1945”, scrive Leffler: la devastazione europea, che lasciava grandi spazi di manovra al dilagare del social-comunismo; ma preoccupazioni venivano anche dall’Asia, dato il collasso del Giappone, la presa comunista nella Corea del Nord e il consolidamento del regime comunista cinese, considerato, a torto, del tutto convergente con Mosca.

Allo stesso tempo il regime sovietico, ormai legittimato grazie alla vittoria sul nazismo, sviluppava la sua economia a ritmi impressionanti, costruendo un apparato militare di prima grandezza, ed esercitava una grande influenza globale, potendo usare anche la protesta contro il neoliberismo, accusato di aver causato le due guerre mondiali e di altro.

Interessante anche il cenno seguente: “Dal 1937 al 1942, la Germania nazista e il Giappone occuparono enormi aree dei due continenti, con le loro materie prime, le infrastrutture industriali e il lavoro specializzato situato al loro interno. Con queste risorse, le nazioni dell’Asse hanno osato attaccare gli Stati Uniti e condurre una guerra prolungata. I leader americani si sono impegnati a non permettere che ciò potesse accadere di nuovo”.

Da qui l’aiuto all’Europa e la rete di alleanze globali per contrastare il dilagare dell’influenza sovietica e comunista in genere.

Certo, c’è certa propaganda in queste considerazioni, dato che troppo spesso il contrasto al comunismo globale e la necessità di difendere l’America e i suoi interessi e alleati nel mondo sono stati usati in maniera indebita, cioè per legittimare mire americane su Paesi stranieri, ma ha anche un fondo di verità.

La Cina e il Capitalismo

Nulla di tutto ciò sta avvenendo ora, scrive Leffler, dato che i cinesi “accettano aspetti fondamentali del nostro mercato capitalista e hanno interessi comuni nel contrastare il cambiamento climatico, combattere il terrorismo e le pandemie”.

Non solo, “la Cina si è trasformata in un centro del mercato capitalista internazionale”, con relazioni profonde e complesse col resto del mondo.

E ancora: “mentre il messaggio anticapitalista dell’Unione Sovietica sulla giustizia e l’uguaglianza proletaria risuonava in gran parte del mondo, la Cina non ha nessuna ideologia universalista da esportare”.

“Oggi Pechino può denigrare la democrazia occidentale e propagandare il socialismo con caratteristiche cinesi, ma tutto il mondo può osservare che ha abbracciato una mentalità capitalista e un ethos nazionalista”.

Così certe tensioni con la Cina, “non solo non sono necessarie, ma rischiano di catalizzare una spirale distruttiva fatta di tensioni crescenti che stanno rendendo il mondo un posto più pericoloso”.

“Il potenziale guadagno derivante da una maggiore tensione con la Cina non è proporzionale ai rischi. Questi, infatti, sono molto maggiori perché i costi economici di uno scontro con la Cina sono molto più grandi di quelli con l’Unione Sovietica negli anni ’40”.

Significativo il titolo dell’articolo di Leffler: ” La Cina non è l’Unione sovietica. Confenderle è pericoloso”.

La Cina come minaccia esistenziale

Così, conclude Leffler, “non dovremmo desiderare una guerra fredda con la Cina. E dovremmo stare attenti a evitare passi che la producano. Il nostro obiettivo […] non è quello di provocare il crollo del regime cinese”.

Osservazioni di interesse notevole, che vanno lette insieme alle ricorrenti rassicurazioni delle autorità cinesi, che più volte hanno dichiarato di non voler sostituire gli Stati Uniti come potenza egemone del mondo, ma solo veder riconosciuto e rispettato lo status internazionale del loro Paese (BBC).

E in effetti il punto di frizione è esattamente questo. L’ascesa della Cina in sé non metterà in crisi l’economia americana o la sua sicurezza, né i sé sfida il Capitalismo o i Mercati consegnati al neoliberismo.

Ma mette in crisi l’idea di un mondo dominato dall’Unica potenza globale, idea che peraltro non appartiene alla Guerra Fredda essendo nata al termine di questa e come conseguenza della vittoria americana di quel conflitto globale.

Pechino è una “minaccia esistenziale”, come amano definirla i media consegnati all’ideologia neocon, solo e soltanto in questa ottica perversa e che tanto mondo rifiuta come pretesa inaccettabile.

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