2 dicembre 2019

L'alleanza Mosca-Pechino è ormai irrevocabile

È terminato il progetto Power of Siberia, il gasdotto che dalla Siberia porterà gas alla Cina. Il contratto di 30 anni con Gazprom prevede la fornitura di un massimo di 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Miliardi di dollari per la Russia che, in tal modo, diversificherà la sua clientela e la sua dipendenza dalla domanda europea, anche se il Vecchio Continente rimane il suo cliente principale.

I russi, secondo Izvestia, sperano di riuscire a soddisfare almeno il 10% della richiesta cinese, o poco più, dato che Pechino ha adottato una politica basata sulla diversificazione dei fornitori, nessuno dei quali deve superare la soglia del 12% del mercato interno, per evitare problemi di dipendenza.

Ma anche perché conta molto sul petrolio del Turkmenistan, sulla cui estrazione e commercializzazione Pechino ha avuto un ruolo essenziale, da cui un costo minore. Uno sforzo notevole a sostegno della sua industria, che il Dragone ha intrapreso per abbandonare il carbone, che oggi copre l’80% del suo fabbisogno (con ovvi problemi ambientali), in favore di petrolio e gas.

Progetto storico

All’inaugurazione del Power of Siberia, avvenuta in occasione dei settant’anni dell’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, sono intervenuti in videoconferenza sia Xi Jinping sia Vladimir Putin. Quest’ultimo ha definito l’avvio del gasdotto un evento “storico” per i rapporti tra le due potenze.

In effetti, non si tratta solo di un banale accordo commerciale favorevole ad ambedue, ma di consolidare un rapporto sempre più stretto e sinergico tra le due potenze.

Significativo che l’inaugurazione del gasdotto giunga a tre giorni di distanza da quella di un mega-ponte, sempre in Siberia, che unisce le città russa di Blagoveshchensk alla cinese Heihe, opera che si situa nell’alveo dello sviluppo della Via della Seta e che aumenterà il volume di scambi commerciali tra i due Paesi (Reuters).

Russia-Cina, una storia divergente

Una sinergia che vede i due Paesi anche convergenti sulle linee geopolitiche globali. Sbaglierebbe chi reputa sia uno sviluppo naturale, logica conseguenza di rapporti decennali risalenti ai tempi sovietici, che vedevano alleate le due potenze comuniste.

il nuovo ponte sul fiume Amur tra Blagoveshchensk e Heihe

Il nuovo ponte sul fiume Amur tra Blagoveshchensk e Heihe

In realtà, le convergenze ideologiche non avevano prodotto un’alleanza strutturale, stante le profonde diffidenze tra i due Paesi, sfociate anche in un breve conflitto nel 1969.

Tanto che negli anni ’70 Henry Kissinger, sotto la presidenza Nixon, riuscì a concordare un’asse con Pechino staccandola di fatto dalla solidarietà sovietica e anzi rendendola concorrenziale a Mosca.

Il collasso parallelo

Ciò proseguì, di fatto e sottotraccia, fino al 1989, quando la repressione sanguinosa di piazza Tienanmen isolò per anni Pechino dal resto del mondo. Strage avvenuta durante la visita di Stato di Mikail Gorbacev, che nella sua trasferta cinese sperava di ridisegnare una nuova alleanza col Dragone.

Peraltro la coincidenza temporale del crollo del Muro di Berlino e dell’eccidio di Tienanmen non è certo casuale. Quel crollo comportava la fine dell’Unione sovietica, solo differita dalla presidenza riformista di Gorbacev.

La strage fu perpetrata nella folle idea di preservare la Cina dal destino sovietico. In realtà Tienanmen ebbe lo stesso esito del crollo del Muro, precipitando nel buio anche l’altro gigante comunista.

Il ritorno al mondo della Cina

Anche la faticosa riapertura al mondo della Cina fu nel segno dell’Occidente, tanto che fu terra eletta per la de-localizzazione delle industrie americane e occidentali in genere, cosa che la trasformò nella fabbrica del mondo.

Così la globalizzazione ebbe come esito imprevisto e imprevedibile quello di resuscitare il comunismo, che, vinto altrove, fu invece favorito nella sua variante cinese.

Ma anche in questa ottica, all’inizio, si trattava di proseguire sulla via tracciata da Kissinger, con un Dragone legato all’Occidente piuttosto che a Mosca, che intanto risorgeva per altre vie.

Ma la crescita di Pechino ha iniziato a far paura ai padroni del vapore, tanto da essere percepita come minaccia esistenziale all’egemonia Usa sul mondo.

Ribaltare l’equazione

Da qui l’ipotesi trumpiana di ribaltare l’equazione ricercando un nuovo partenariato con Mosca per contenere con più efficacia la Cina.

Un progetto che Trump non è riuscito a portare avanti, stante che urtava con la risorgente spinta anti-russa propiziata dai neocon. Questa, e l’idea, sempre neocon, di un’egemonia globale e definitiva degli Stati Uniti sul pianeta, ha avvicinato sempre più Russia e Cina, creando quell’alleanza strategica difensiva che appare sempre più inscindibile, come evidenziano i progetti di cui sopra.

L’idea trumpiana di usare Mosca contro Pechino ormai appartiene a un passato che non può essere riesumato.

Allo stesso tempo, quanto avvenuto segnala che la Russia sta acquisendo una proiezione asiatica che nella sua storia, orientata in chiave esclusivamente europea, ha sempre snobbato. La nuova Russia inizia a respirare a due polmoni.

Per parte sua la Cina aggiunge un altro tassello fondamentale al suo sviluppo. Peraltro, a differenza di altri, in un’area, quella russa, che difficilmente può essere attaccata dalle azioni destabilizzanti di cui è fatta segno per contrastarne la crescita.

L’egemonia globale Usa risulta sempre più erosa.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page