30 novembre 2019

London Bridge 2.0, un Terrore già noto

“Al solito, gli assassini di Londra erano noti alla polizia ed erano stati denunciati”. Iniziavamo così un articolo sull’attentato terroristico, avvenuto sempre a London Bridge ma il 3 giugno del 2017, quando funzionari dell’Isis investirono la folla con un veicolo per poi scendere e iniziare il lavoro di coltello (Piccolenote).

Tutto come allora

Allora i morti furono otto, stavolta due, oltre a diversi feriti. Usman Khan, l’aggressore di ieri, era affiliato a un clan terrorista ed era stato condannato per aver progettato un attentato; girava con un braccialetto elettronico. Noto, sorvegliato, e però libero di uccidere… esattamente come la scorsa volta.

Anche la dinamica dell’intervento della polizia risulta stucchevolmente uguale alla precedente: anche allora i poliziotti bloccarono a terra gli aggressori e li freddarono. Anche allora si disse nella ricostruzione ufficiale che indossavano false cinture esplosive.

E oggi come allora, nessun prigioniero da interrogare, da cui cioè attingere  informazioni preziose sulla rete del Terrore, sui suoi fiancheggiatori e sponsor. Una coazione a ripetere stucchevole.

Un film già visto, banalità del male alquanto nota. Peraltro è ovvio che le Agenzie del Terrore hanno eletto London Bridge come luogo simbolo per portare attacchi, da cui certa mancanza di attenzione che si potrebbe definire criminale.

London bridge is falling down

Forse ad attrarre il Terrore è la nota canzoncina “London bridge is falling down”, che legherebbe il destino di un ponte ,  si vuole cadente, al destino di una nazione.

Colpirlo suonerebbe cioè come un monito nefasto per l’Inghilterra stessa, destinata a cadere anch’essa. Una spiegazione come un’altra, ovvio, non ce ne innamoriamo.

Resta però che dopo lo scorso attentato si immaginava che il luogo fosse sorvegliato, che ci fosse almeno un poliziotto in zona o fosse stata piazzata una qualche telecamera.

Ma i poliziotti sono arrivati dopo l’intervento dei civili, che hanno bloccato e disarmato l’aggressore da soli, evitando altre vittime. E i filmati andati in rete sono riprese da cellulari, nessun video tratto da telecamere di sorveglianza. Tanta leggerezza sconcerta, o forse no.

Davvero i russi sono peggio dell’Isis?

Poco da aggiungere se non la celebre frase di John McCain, il senatore repubblicano superfalco venerato come un eroe negli Stati Uniti e altrove, che a una precisa domanda rispondeva che la Russia è una minaccia più grande dell’Isis (alla quale forse si deve questo attacco; e se non è l’Isis è lo stesso, sempre di terrorismo di marca islamista si tratta).

Non si tratta dell’enunciato di un pazzo, ma di una massima alla quale si attengono potenti ambiti internazionali legati in vario modo ai neocon e tanta intelligence occidentale, mobilitata così a contrastare l’asserito pericolo russo più che il Terrore.

Finché questo atteggiamento perdurerà, la lotta al Terrore sarà sempre in secondo piano. Peraltro agitare il pericolo russo impedisce quella necessaria collaborazione internazionale tra Oriente e Occidente che sola può dare efficacia alla lotta al Terrore.

Si tenga presente peraltro che il Terrore dalla Siria – dove è risorto dopo il silenzio di al Qaeda – è stato debellato più dai russi che dagli americani, come dimostra l’attuale situazione sul campo, che vede le cellule terroriste sbaragliate nelle aree controllate da Damasco, sostenuta dai russi, e presenti invece in quelle controllate dai curdi, sostenuti dagli Usa.

Per non parlare dell’enclave di Idlib, al confine siro-turco, area da anni controllata dai terroristi al Qaeda, che i russi vorrebbero riconquistare incontrando il fermo contrasto dell’Occidente, Stati Uniti in testa (simpatico che i media, quando trattato di Idlib, la descrivono come controllata da ribelli anti-Assad).

Simpatico, a tal proposito, notare che quando gli Stati Uniti dissero di aver ucciso quello che è considerato il capo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, dissero di averlo colpito proprio a Idlib… in fondo anche lui quando combatteva Damasco poteva esser considerato “ribelle moderato”.

Primavera araba 2.0 e Terrore 2.0

Un’ultima notazione d’obbligo. In questi giorni tutti i giornali occidentali stanno magnificando le proteste che stanno flagellando Iraq e Libano, come segnali incoraggianti di un risveglio popolare contro l’influenza iraniana nei due Paesi. Segnali che vanno in direzione di una Primavera araba 2.0 (Piccolenote).

Anche non tenendo conto che l’Iran ha contrastato come e più dei russi il Terrore dilagato in Iraq e Siria, va da sé che tali proteste rischiano di sprofondare l’Iraq e il Libano nel caos, creando nuovi spazi di manovra alle Agenzie del Terrore.

Si potrebbe derubricare l’entusiasmo per le proteste a ingenuo abbaglio. Speriamo sia così. Ma il dubbio che anche in questo caso valga la massima di McCain, dati i rapporti tra Iran e Russia e l’avversità verso l’Iran di neocon e affiliati, resta.

Questa divagazione serve anche a indicare che se l’attuale fermento mediorientale non trova una qualche soluzione stabilizzante, le vittime contate ieri saranno solo le prime di una nuova stagione del Terrore.

Alla Primavera araba seguì il rilancio del Terrore, di cui l’Isis fu il volto più mostruoso. A una Primavera araba 2.0 seguirebbe un’Isis 2.0.

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