28 novembre 2019

Lo «sciame» anti-Iran si è abbattuto sulla mezzaluna sciita

Sono finite le proteste di massa in Iran, mentre ancora critica è la situazione in Libano e soprattutto in Iraq, dove ieri è stato incendiato il consolato iraniano a Najaf, città santa degli sciiti. Proteste iniziate circa un mese fa e che sono state decantate dai media occidentali come una possibile Primavera araba 2.0 (National Interest).

In realtà si tratta di un nuovo capitolo della guerra di contrasto all’Iran e alla sua influenza regionale. Le proteste, infatti, riguardano i Paesi della mezzaluna sciita, che collega Teheran al Mediterraneo, data l’influenza di Hezbollah in Libano e i legami del governo iracheno, sostenuto da sunniti e sciiti, con Teheran.

Da questa guerra asimmetrica, combattuta da manifestanti per le strade delle città, è stata esente la Siria, pedina importante della mezzaluna, ma ciò solo perché la guerra aperta contro i cosiddetti ribelli anti-Assad comporta confini blindati e un controllo militare del territorio.

Lo sciame: la guerra al tempo di internet

Non che tutti i manifestanti che in questi mesi hanno protestato contro le autorità iraniane, libanesi e irachene siano agenti stranieri. Per scatenare disordini si usa il malcontento popolare – presente in ogni Paese e molto più in nazioni come queste, da decenni sottoposte a spinte destabilizzanti -, trasformato in movimento di massa innescato e guidato da altri.

Proteste ben organizzate, improvvise, in grado di provocare danni ingenti. Secondo  Soraya Sepahpour-Ulrich, in Iran e altrove è stata applicata una nuova strategia militare, lo “sciame”, sviluppato dalla Rand Corporation (American Herald Trbune).

La Sepahpour-Ulrich rimanda a uno studio specifico, che nell’introduzione recita: “Lo sciame è un modo apparentemente amorfo, ma deliberatamente strutturato, coordinato e strategico per eseguire attacchi militari da tutte le direzioni” (Rand).

Così nello studio “Swarming & The Future of Conflict” citato dall’articolo: “Lo sciame sta già emergendo come una dottrina adatta alle forze della rete per condurre conflitti nell’era dell’informazione”.

“Questa dottrina nascente si basa sul fatto che una solida connettività consente la creazione di una moltitudine di piccole unità di manovra, collegate in modo tale che, sebbene ampiamente distribuite, possono riunirsi, a volontà e ripetutamente, per affondare colpi micidiali ai loro avversari”.

“Lo sciame è una modalità di conflitto adatta a unità piccole, disperse, ‘internettizzate’. A nostro avviso, lo sciame sarà probabilmente la guerra del futuro”. Tale modello, prosegue lo studio, si applica perfettamente “al conflitto sociale“.

Di guerre virtuali e guerre reali

La disfatta delle proteste iraniane è stata determinata dalla capacità delle autorità di chiudere internet, cosa solo apparentemente facile (vedi il caso Hong Kong) (1).

Questa guerra asimmetrica si somma alle guerre reali che si sono abbattute sull’Iraq e la Siria e ad altre iniziative destabilizzanti, come le sanzioni comminate all’Iran e al Libano (al Jazeera), o i finanziamenti destinati a organismi di opposizione, anche armati (es. i cosiddetti ribelli siriani).

Senza dimenticare la disinformazione, armamentario vecchio, ma ancora buono, che prevede non solo la diffusione di notizie false (vedi attacchi chimici di Assad), ma anche l’annichilimento delle notizie altrui.

E però lo sciame finora non ha dato i frutti sperati in Iran, obiettivo principale di tale conflitto, anche se a costi che la propaganda d’Occidente reputa altissimi.

Amnesty ha parlato di oltre cento morti e migliaia di arresti, mentre Teheran parla di una decina di vittime, ricordando che tra queste ci sono anche civili e poliziotti uccisi dai manifestanti (Amnesty dimentica di distinguere…).

Secondo il ministro degli Interni iraniano Abdolreza Rahmani Fazli sono stati incendiate 731 banche, 70 stazioni di servizio e 140 siti governativi e sono stati attaccati più di 50 edifici delle forze di sicurezza” (Reuters).

Se si tiene conto che la propaganda impone di minimizzare i danni subiti – non si ostenta la propria debolezza -, si può dar credito al ministro.

Obiettivi mirati, che presuppongono un’intelligence sofisticata. Davvero troppo per delle manifestazioni spontanee contro il rincaro del presso del carburante.

Ma se il focolaio è spento in Iran, continua a bruciare in Libano e soprattutto in Iraq (in quest’ultimo Paese trovano ospitalità diverse basi militari americane…). Gli esiti restano imprevedibili.

Nubi sul confine siro-iracheno

In attesa degli eventi, segnaliamo che il sito israeliano Debka riferisce di un andirivieni di alti funzionari dell’esercito Usa in Israele e di nuove basi americane nella Siria Nord orientale, nonostante l’apparente ritiro.

Ma soprattutto di una convergenza tra Washington e Tel Aviv, le quali “prevedono l’esplosione di ostilità nella zona di confine tra Siria e Iraq nel prossimo futuro, e [concordano] sull’importanza di questa regione, che aumenterà nelle prossime settimane e mesi”. Secondo Debka, è significativa anche la visita a sorpresa del vicepresidente americano Mike Pence, noto falco, in Iraq, che ha evitato Baghdad per atterrare a Erbil, dove si è incontrato con il presidente del Kurdistan iracheno Nachirvan Barzani e ha degnato solo di una telefonata l’inviso premier iracheno Adel Abdul-Mahdi.

Se si tiene conto che sul confine siro-iracheno è nato l’Isis, la profezia non promette nulla di buono…

 

(1) En passant, si può comprendere lo sconcerto americano per il 5G cinese, che riduce le possibilità di intervento, sia tramite sciami che con altre diavolerie similari.

 

 

 

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