28 novembre 2019

Assange scagionato dalla violenza sessuale, ma rischia di morire

di Matteo Guenci

Il 19 novembre sono cadute definitivamente le accuse di violenza sessuale contro Julian Assange, fondatore di Wikileaks, l’organismo responsabile della diffusione di informazioni sensibili del governo degli Stati Uniti (e di altri).

Le accuse risalgono al 2010, accuse che Assange negò fin da subito dichiarando che fossero un pretesto per estradarlo negli Stati Uniti, dalla cui magistratura era stato incriminato a seguito delle pubblicazioni di Wikileaks.

La sua battaglia per evitare l’estradizione dalla Svezia agli Usa fallì, da qui la richiesta di asilo politico in Ecuador, nella cui ambasciata di Londra si rifugiò nel 2012 rimanendovi rinchiuso per quasi 7 anni, assediato dalle richieste di estradizione sia degli Usa sia della stessa Svezia.

Il processo svedese fu in prima battuta abbandonato nel 2017 per l’impossibilità di procedere a causa dello status di rifugiato di Assange. Status che gli è stato tolto a maggio di quest’anno, perso il quale è stato arrestato dalla polizia britannica, continuando l’assedio delle richieste di estrazione di cui sopra.

Passato ormai un decennio dall’inizio del processo svedese per stupro, il colpo di scena. Il vice procuratore capo svedese Eva-Marie Persson, come riportato dal Guardian , ha dichiarato l’impossibilità di portare avanti le indagini.

Dichiara la Persson: “Dopo aver condotto una valutazione globale di ciò che è emerso nel corso dell’indagine preliminare, ho preso la decisione secondo cui le prove non sono abbastanza forti da costituire la base per presentare un atto di accusa”.

Paura per l’estradizione

Riguardo le presunte prove di questo processo e sulle indagini in generale si è espressa Kristinn Hrafnsson, la caporedattrice di Wikileaks, dichiarando: “La Svezia ha abbandonato le indagini preliminari contro Assange per la terza volta, dopo averle riaperte senza nessuna nuova prova o informazione”.

Continua la Hrafnsson sul Guardian: “Ora dobbiamo concentrarci sulla minaccia verso la quale Assange ha continuato a metterci in guardia per anni; la persecuzione da parte degli Stati Uniti e la minaccia che ciò rappresenta verso il primo emendamento”.

La più grande preoccupazione di Assange, infatti, è ed è sempre stata la concreta possibilità di un’estradizione negli Stati Uniti, difficile da parare.

Dichiara infatti un portavoce del suo team legale: “Fin dall’inizio delle indagini preliminari della Svezia, le preoccupazioni espresse da Julian Assange erano riguardo l’attesa dietro le quinte di una richiesta di estradizione da parte del governo americano, inarrestabile per la Svezia”. Richiesta che avrebbe condotto Assange a trascorrere il resto della sua vita in una prigione americana.

“Ora che gli Stati Uniti cercano l’estradizione di Assange per processarlo per accuse senza precedenti per il suo lavoro giornalistico, continua a essere estremamente  increscioso che questa realtà non sia mai stata correttamente riconosciuta e che il processo in Svezia – nel quale Assange ha sempre espresso la sua volontà di impegnarsi, come del resto ha fatto – è diventato così eccezionalmente politicizzato”, continua il suo portavoce.

I segni della battaglia

Il decennio trascorso tra processi, asili politici e prigionia per Assange non è stata solo una battaglia ideologica, volta ad affermare la legalità di pubblicare atti riservati se rivelatori di crimini, ma anche una battaglia per la salute, visibilmente minata dalle vessazioni subite.

Proprio sulla sua salute si è espresso un team di 60 medici di diversi Paesi, che hanno espresso le loro preoccupazioni in seguito alle sue ultime apparizioni pubbliche.

Tale team eterogeneo di dottori ha inviato una lettera aperta al Segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito, Priti Patel, nella quale si esprime preoccupazione per lo stato di salute dell’australiano, in base a “strazianti testimonianze oculari” e si chiede con urgenza il trasferimento del detenuto dal carcere di Belmarsh, nel quale è ristretto, a un ospedale universitario.

“Scriviamo questa lettera aperta, come medici, per esprimere le nostre serie preoccupazioni sulla salute fisica e mentale di Julian Assange”, recita la lettera aperta.

Secondo una valutazione preliminare, basata sul comportamento e sullo stato di salute di Assange, scrivono i medici, l’australiano mostra segni evidenti di squilibrio psicologico e fisico.

Durante la sua prima apparizione in tribunale, dopo mesi di prigionia, Assange sembrava preda di uno stato confusionale, addirittura in difficoltà a ricordare la sua data di nascita e cosa fosse successo durante il processo.

“Se una valutazione e un trattamento così urgenti non dovessero aver luogo, nutriamo serie preoccupazioni, in merito alle prove attualmente disponibili, che Assange potrebbe morire in prigione. La situazione medica è quindi urgente. Non c’è tempo da perdere”, continua la lettera.

Ad oggi, come accaduto per vari appelli pregressi a favore di Assange, non c’è stata risposta. Resta però che tutto il meccanismo infernale che ha portato Assange a cercare rifugio presso un’ambasciata straniera, per poi finire ristretto in un carcere londinese, è nato da un’accusa di una violenza sessuale consumata in Svezia, che secondo la magistratura non c’è mai stata.

La sfida al potere che Julian Assange porta avanti ormai da un decennio è stato un cammino pieno di ostacoli, che ormai rischiano di mettere a tacere per sempre la voce che più ha fatto tremare governi e media mainstream. Wikileaks è stato un simbolo di libertà, ne è rimasto un lucignolo fumigante che si vuol spegnere per sempre, a futuro monito.

 

Matteo Guenci – DM

 

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