27 novembre 2019

Usa: neocon e l'internazionale dei miliardari candidano Bloomberg

Il miliardario Michael Bloomberg, già sindaco di New York, ha deciso di correre come presidente degli Stati Uniti per il partito democratico. La sfida non vuole solo dare un nuovo inquilino alla Casa Bianca, ma rilanciare la globalizzazione neoliberista consegnata alle élite finanziarie, oggi erosa.

L’internazionale dei miliardari

Un’erosione che ha il volto di Donald Trump, che Bloomberg è chiamato a spazzar via per conto dell’internazionale dei miliardari globalisti, quelli che guadagnano sempre di più mentre tutti gli altri si impoveriscono (Piccolenote: “Venti miliardari hanno la ricchezza pari a 3.8 miliardi di persone“).

Significativo in tal senso non solo il suo patrimonio personale, stimato in 54 miliardi, ma anche il suo fiore all’occhiello, Bloomberg News, una sorta di Sole 24Ore globale che monitora e influenza le politiche economiche del pianeta.

Probabile che sia per questo motivo che il nome di Bloomberg è stato ritrovato sull’agenda privata di Jeffrey Epstein, il pedofilo milionario con l’ossessione di ostentare contatti di ricchi e potenti, vantati ma non per questo reali (Washington Post).

Un incidente di percorso peraltro condiviso con altri del suo calibro (al di là della nota in agenda, va sottolineato che Bloomberg News ha dedicato ampio spazio alla vicenda).

A indicare l’interesse dei miliardari, il fatto che a chiedergli di candidarsi sia stato Jeff Bezos (The Hill), l’uomo più ricco del mondo e patron di Amazon, gigante dell’e-commerce e sintesi perfetta della globalizzazione selvaggia. Da qui la possibilità di Bloomberg di poter contare non solo sul suo patrimonio, ma anche su sponsor rispetto ai quali Trump è un pezzente (Dagospia).

Jeff Bezos

I favori della stampa

Non solo i soldi, può vantare il favore dei più autorevoli quotidiani d’America: il Washington Post, del suo amico Bezos, e il New York Times, che appoggia i democratici. Due giornali ingaggiati in una campagna alzo zero contro Trump, come accadde nel 2016.

A tali media può associare i suoi, Bloomberg News e altri. Ha fatto notizia la nota del direttore di Bloomberg News, John Micklethwai, che spiegava come seguire la campagna elettorale del padrone.

A colpire è una clausola: “continuerà la nostra tradizione di non indagare su Mike (sulla sua famiglia e sulla sua Fondazione) ed estenderemo la stessa politica ai suoi rivali delle primarie democratiche”.

È ovvio, ma letto così, piatto, fa certa impressione. Considerato che, tacitamente, tale linea sarà seguita anche da Washington Post e New York Times (e altri), dato il loro impegno esplicito contro Trump, si può avere la portata della sfida lanciata al presidente, cui non resta che l’informazione spiccia, quella dei social, quella che i media di cui sopra accusano di produrre Fake News…

Per avere un’idea di tale linea editoriale, basta il titolo del servizio della Cnn che riferisce la nota di Micklethwai: “Il capo-redattore di Bloomberg spiega come il media coprirà la sfida del 2020 che vede candidato Michael Bloomberg”… Titolo a dir poco anodino.

Un siluro ai candidati democratici

La candidatura di Bloomberg non è solo contro Trump. È anche contro i candidati democratici, i quali non sono in sintonia con l’internazionale dei miliardari. Lo sanno bene quelli della sinistra, che hanno criticato duramente il nuovo arrivato.

Per Bernie Sanders, infatti, Bloomberg vuole “comprare le elezioni” e sta “minando” la democrazia Usa (Politico).

Ma la candidatura del miliardario non è solo contro l’ala sinistra del partito, si tratta anche di sostituire il centrista Joe Biden, il più accreditato a sfidare Trump.

Lo si era intuito fin dall’inizio della procedura di impeachement, dato che lo scandalo sul quale ruota, la richiesta di Trump a Zelensky di indagare sul figlio di Biden, non mira solo a detronizzare Trump, ma a screditare lo stesso Biden (Piccolenote).

Il problema di Biden è che, sebbene abbia un’agenda globalista, è troppo moderato e non ritornerebbe a quella politica estera aggressiva che Trump ha messo in crisi.

Il Presidente Barack Obama con il Vice Presidente Joe Biden

Basta pensare al trattato sul nucleare iraniano, che l’ex vicepresidente di Obama vorrebbe ripristinare e che Bloomberg ha aspramente criticato (Bloomberg News).

D’altronde Bloomberg, nonostante abbia taciuto durante la guerra in Iraq, quando da sindaco ricevette Barbara Bush a Ground Zero, ebbe il cattivo gusto di affermare: “Non dimenticate che la guerra è iniziata a non molti isolati da qui” (New York Times). E si sapeva che Saddam non c’entrava nulla con l’abbattimento delle Torri Gemelle…

Il ritiro degli Usa dalla scacchiera globale e Il contrasto alla globalizzazione rendono Trump una “minaccia esistenziale” per gli Usa, come affermato da Bloomberg riprendendo una formula cara ai neocon (RealClearpolitics).

Insomma, si presenta come un falco moderato, che piace alle élite e ai neocon. Essi avevano sperato di sostituire Biden con Kamala Harris o Elizabeth Warren, ma la prima non ha i voti e la seconda non li ha seguiti.

Né potevano riproporre Hillary Clinton, che sarebbe stata strapazzata da Trump. Da qui la necessità di giocare la carta Bloomberg. Ma la corsa è appena iniziata.

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