26 novembre 2019

Inutile e disastrosa, la guerra in Ucraina deve finire

Volodymyr Zalensky e Donald Trump

Volodymyr Zalensky e Donald Trump

L’Ucraina è “davvero il crogiolo nel quale si decide il futuro della politica mondiale, come sostengono le legioni che a Washington supportano” Kiev? Una domanda, quella posta da Lyle J. Goldstein sul National Interest, che merita attenzione.

A dare la misura dell’importanza di Kiev è l’impeachement Usa, che ruota attorno alla telefonata di Trump al presidente ucraino Zalensky, nella quale il primo chiedeva di indagare Hunter Biden, figlio del probabile candidato alla presidenza Usa per i democratici, in cambio di aiuti militari americani che la Casa Bianca avrebbe bloccato per forzare la mano.

L’impeachement e il gelo con la Russia

Non entriamo nella vicenda, ma tocchiamo solo un punto: il peccato mortale di Trump non starebbe tanto nell’aver piegato la res publica ai suoi interessi privati. Ciò che è imperdonabile è che, negando tali aiuti, avrebbe messo a repentaglio la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti perché avrebbe minato la sicurezza di Kiev a fronte dell’aggressore russo, nemico esistenziale dell’America.

Una rappresentazione della realtà alquanto surreale, dato che non si vedono segnali di un’aggressione russa all’Ucraina. Anzi più volte Putin si è espresso per una riconciliazione nazionale ucraina cui peraltro è favorevole il nuovo presidente, ma è contrastata da nazionalisti ucraini e neocon Usa.

Riconciliazione che l’impeachement ha congelato, dato che, dopo la telefonata incriminata, Trump non può più sostenere Zelensky nel suo tentativo (Piccolenote), né può favorire un’intesa con Mosca dato che sarebbe accusato di alto tradimento.

L’Ucraina nel baratro

Nel suo articolo, Goldstein descrive il tragico declino economico cui è preda l’Ucraina dopo la rivoluzione di Maidan a causa della corruzione (Washington Post), cui difficilmente gli aiuti americani possono porre rimedio (per inciso, la corruzione del regime pregresso fu uno dei mantra di Maidan, tanto in voga sui media d’Occidente, rimasti poi alquanto silenziosi sulla corruzione successiva dei loro eroi).

Né può diventare realtà il sogno di eliminare la dipendenza di Kiev dalle forniture energetiche di Mosca per sostituirle col gas americano, sogno che ha alimentato il sostegno Usa a Maidan.

Non solo, l’unica vera risorsa che consentiva a Kiev di sopravvivere era il pedaggio che Mosca pagava per il transito nel suo territorio del gas russo diretto all’Europa. Un pedaggio alto al tempo in cui l’Ucraina era considerata amica, ovviamente ridotto dopo le ostilità.

E che potrebbe addirittura esaurirsi se andrà in porto il Notrh Stream 2, che porterà il gas russo direttamente in Germania (anche per questo tale gasdotto suscita le ira dei falchi di Washington, i quali stanno tentando di bloccarlo in tutti i modi).

Insomma, l’Ucraina, come accaduto per i vari Paesi giubilati dall’attenzione del neocon, rischia di diventare una nazione fallita.

La Crimea è ormai russa

Da qui la necessità, per Goldstein, di chiudere il disastroso conflitto tra Kiev e Mosca. Certo, resta la questione Crimea, che la Russia ha acquisito dopo il golpe di Maidan, in maniera indebita per l’Occidente che ha comminato dure sanzioni punitive.

Per Goldstein, però, il nodo deve essere superato, dato che ormai la Crimea è russa a tutti gli effetti. E dettaglia l’artificiosità della controversia.

Anzitutto, ricorda come per difendere la Crimea dai nazisti i russi pagarono un altissimo tributo di sangue, battaglia decisiva per la sconfitta del nazismo; e che non è sempre appartenuta all’Ucraina, dato che fu regalata nel ’54 da Krusciov ai “compagni” ucraini; e che durante la recente riconquista russa non è stata versata una goccia di sangue, segno che la popolazione era favorevole a Mosca.

Goldstein ricorda poi che il crollo dell’Unione sovietica non ha lasciato confini ben definiti, da qui la necessaria elasticità sulla loro ridefinizione.

Aggiunge poi che l’economia dell’Europa occidentale sarebbe certo “più sana” senza la politica ostile e sanzionatoria verso la Russia, che peraltro sta dividendo gli alleati minando la loro collaborazione contro minacce ben “più palpabili”, come il terrorismo. Senza contare che il confronto con Mosca potrebbe innescare un’escalation nucleare.

L’abitudine neoliberale di reificare il diritto internazionale è diventata un grave problema per la politica mondiale“, prosegue Goldstein, secondo il quale i politici consegnati a tale credo abitano una “terra fantastica” nella quale o la Crimea è restituita all’Ucraina o resta una violazione inaccettabile di tale diritto. Ma “il resto dell’umanità vorrebbe semplicemente tornare alla normale vita quotidiana”.

Uccidere i russi… e poi?

Bellissimo, infine, il passaggio nel quale riferisce che a stare alle parole dei diplomatici americani e degli “esperti” che allarmano su una “presunta grave minaccia agli interessi della sicurezza nazionale americana in Ucraina”, sembra che essi non saranno soddisfatti fino a quando non “vedranno missili anticarro e cecchini armati di fucili di fabbricazione americana” falciare i russi dell’Ucraina orientale.

Per fortuna, gli ucraini sono “più saggi” e sanno che tali “successi” verrebbero  seguiti da attacchi aerei e missilistici russi dai quali né americani né europei potranno salvarli.

Per uscire da questa situazione occorre un accordo con Mosca, conclude Goldstein, che guadagni benefici all’Ucraina, tali da risollevarla dal disastro attuale, in cambio della remissione delle sanzioni contro la Russia, cui andrebbe riconosciuta la sovranità della Crimea. Semplice buon senso, quello che manca nelle follie che abitano la politica estera dei falchi Usa.

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