26 novembre 2019

Hong Kong, vince la protesta

Le elezioni distrettuali di Hong Kong hanno dato un verdetto inequivocabile: le forze anti-Pechino stravincono, guadagnando 17 seggi su 18. Un verdetto più duro dell’effettivo voto, che ha visto il 57% contro il 40%, mentre i restanti voti sono andati a candidati indipendenti.

Rafforza dunque la spinta anti-cinese. Le autorità del Dragone hanno accolto con ovvia cautela tale esito, che pone alta criticità nei rapporti con tra queste e la regione. L’Agenzia Xinhua oggi minimizza il risultato, spiegando che l’importante ora è far uscire la provincia dal caos.

Si tratta di elezioni locali che in teoria poco influiscono sugli organi in cui si gioca il destino della città, dato che il Consiglio legislativo – Parlamento – è solo in parte eletto dai cittadini comuni (più della metà dei seggi sono espressione di categorie professionali ed élite legate a Pechino), come anche l’organo al quale è demandata la scelta del governatore, la cui designazione deve comunque passare al vaglio di Pechino.

Nondimeno, in pratica, quanto accaduto influirà eccome sulle vicende della tormentata regione cinese, la cui popolazione ha espresso il suo sostegno alla causa dei dimostranti, facendo diventare decisiva una votazione marginale, non più giocata sui problemi locali, ma su controversie nazionali/internazionali.

Concessioni a rischio

Alcune considerazioni d’obbligo. Pechino non potrà mai accordare l’indipendenza alla regione, un po’ come accaduto nella Catalogna, il cui organo di autogoverno si espresse a favore della secessione di Madrid, con l’esito noto: nessuna concessione, anzi.

Le autorità cinesi potrebbero però rivelarsi più aperte alle richieste dei manifestanti, ma è tutto da vedere. In realtà eventuali concessioni rischiano di essere propagandate come un segno di debolezza del Dragone con la conseguenza di dare più forza alle spinte indipendentiste. Dinamiche già viste nelle varie rivoluzioni colorate sponsorizzate dal Dipartimento di Stato Usa. E ciò complica tutto.

A proposito dell’America, va registrato come grande scandalo abbiano suscitato asserite intromissioni di Mosca nelle presidenziali del 2016. Ciò non ha impedito che gli Stati Uniti si intromettessero in maniera più che pesante in queste elezioni, che riguardavano una regione cinese… Tant’è.

Fantasia al potere

In un articolo di Ria Novosti si analizza il profilo degli eletti nelle fila dei vincitori, grazie a una dettagliata rassegna stampa di articoli pubblicati sui media occidentali nei quali tali figure vengono esaltate.

Si tratta per lo più di attivisti, sociologi, artisti, letterati, poco avvezzi alla politica e al pragmatismo che essa comporta, conclude Ria. Figure che sanno comunicare, ma soprattutto valenti nella “gestione delle emozioni”, “maestri nella creazione di slogan e loghi”, come anche nell’infiammare i cuori, nel comporre canzoni, tenere “discorsi infuocati” e mobilitare masse.

Si tratta di leadership alquanto usuali nelle rivoluzioni colorate, spiega ancora il sito russo, e che, digiune di politica, ma alquanto massimaliste nella inevitabile dialettica con la controparte, possono causare disastri. Speriamo sia evitato, ma è difficile, troppo forte la spinta internazionale.

Hong Kong e il falco McCain

In attesa degli eventi, registriamo che ai ribelli di Hong Kong è stato assegnato il premio John McCain 2019 per la loro lotta in favore dei diritti umani e della democrazia.

A ritirare il premio, a nome dei manifestanti, Emily Lau, ex presidente del Partito Democratico di Hong Kong, e Figo Chan, vice direttore del Fronte dei diritti umani  e civili di Hong Kong.

Il South China Morning Post ironizza sul fatto che la rivolta di Hong Kong è dipinta come una mobilitazione di massa che rifiuta leadership. A quanto pare, invece, sul punto trova applicazione il titolo di uno dei più famosi romanzi di Pirandello: “Uno, nessuno, centomila”.

Nessun leader, tanti piccoli leader che ritirano premi, mobilitano masse e riescono eletti. E centomila altri leader internazionali, dato che tanti poteri e potenti del mondo sostengono la rivolta in funzione anti-cinese, tra cui appunto un centro come il McCain Institute, che promuove leadership in materia di sicurezza, anti-terrorismo, diritti umani etc.

John McCain, noto superfalco ed esaltatore di tutte le guerre neocon, è famoso anche per la sua dichiarazione: considero Vladimir Putin “una minaccia più grande dell’Isis” (The Guardian). Non riteniamo meriti commenti.

Sviluppi da seguire, ma difficilmente tutto ciò porterà qualcosa di buono per la popolazione di Hong Kong e per il mondo. Ma vedremo.

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