23 novembre 2019

Israele: Netanyahu, il Likud e lo spettro delle elezioni

L’incriminazione di Netanyahu da parte della Corte Suprema di Israele cambia, e di molto, la situazione israeliana (e mediorientale…). Il processo è ancora di là da venire, ma il verdetto del più alto Tribunale israeliano ha un suo peso, suona cioè già come una mezza condanna agli occhi di parte notevole dell’opinione pubblica del Paese.

Il premier non si dimetterà, né ad oggi esistono gli estremi per una sua destituzione formale, nonostante l’ovvia richiesta avanzata in tal senso dai suoi avversari politici.

Ed è deciso a difendersi contro tutto e tutti. Agli occhi dei suoi elettori cerca di accreditare un colpo di Stato strisciante da parte della polizia e della magistratura, con certo esito.

E però qualcosa è cambiato nel profondo. Ma anzitutto vediamo la situazione generale del Paese: sia lui sia il suo sfidante Benny Gantz finora non sono riusciti a formare un governo. Ma prima di andare alle urne, Israele deve attraversare una fase di stallo: nei prossimi venti giorni qualsiasi membro del Parlamento (Knesset) può tentare di creare un governo.

Questo in teoria, in pratica nessuno ha la forza per riuscire, tranne Gantz e, del caso, un altro membro del Likud che non sia Netanyahu. Ma non anticipiamo.

L’incriminazione di Netanyahu ha avuto una prima conseguenza: se in precedenza c’era stata una qualche possibilità di un governo di unità nazionale nato da un accordo tra Gantz e Netanyahu, ora è impossibile.

A frenare finora tale ipotesi era stata l’eventualità che Netanyahu fosse incriminato, come spesso ripetuto da Gantz. Ora che l’eventualità è diventata realtà, la strada non è più percorribile, almeno oggi.

Il Likud e lo spettro delle elezioni

Gantz, che ha fatto della fermezza la sua cifra politica, non può più lasciare aperta questa porta. Peraltro immagina, forse non a torto, che nell’eventuale nuova elezione l’incriminazione del suo avversario avrà un peso, allontanando dal Likud parte dell’elettorato, che dovrebbe riversarsi nell’altro partito centrista, il suo.

Se si tiene conto che nell’ultima elezione i due partiti sono arrivati praticamente appaiati e che gli elettori di Gantz, dopo il verdetto della Corte Suprema, saranno ancor più convinti della loro decisione, una vittoria più netta della formazione guidata da Gantz è possibilità reale.

Un calcolo che probabilmente staranno facendo anche all’interno del Likud, dato che non tutti vorranno morire per Netanyahu (morte politica, ovviamente).

Da qui la possibilità che all’interno del Likud si assista a una qualche iniziativa per sbloccare la situazione, sostituendo Netanyahu alla guida del partito prima delle elezioni per trovare un accordo con Gantz.

Uno scenario descritto da una nota di Timesofisrael, che riferisce di sondaggi riservati all’interno del Likud da parte di alcuni dei suoi più importanti esponenti per detronizzare Netanyahu.

Anche perché per il Likud è l’unica strada percorribile prima dell’incognita elezioni, stante che dopo l’incriminazione si è chiusa definitivamente anche la strada di un governo di destra con l’appoggio di Avigdor Lieberman, per il quale, come per Gantz, l’incriminazione di Netanyahu è freno e apertura a nuove possibilità (elettorali). Insomma, lo stallo può riservare sorprese.

Netanyahu e Trump

In attesa degli eventi, val la pena soffermarsi su una considerazione alquanto frequente nei media, che vedono un parallelo tra la vicenda politica del premier israeliano e quella di Trump, inseguito da un procedimento di impeachement.

Da qui l’attualizzazione della massima simul stabunt simul cadent. Non è così. Trump da tempo ha preso le distanze da Netanyahu, spiegando, all’indomani delle votazioni israeliane, che l’America ha come interlocutore il governo israeliano, chiunque ne sia il premier, non il leader del Likud (Piccolenote).

L’errore di prospettiva dei media nasce dal pregresso, quando, nel corso delle scorse elezioni presidenziali, Netanyahu appoggiò decisamente la causa repubblicana contro i democratici.

Ciò perché aveva paura di Hillary Clinton, che cioè l’ex Segretario di Stato americano potesse favorire una svolta in Israele nel segno del partito laburista, sostenendo l’ex premier laburista Ehud Barak o figure similari per replicare lo schema già in voga con la presidenza del marito Bill, con un partito “progressista” al governo sia in America sia in Israele.

Un timore confortato anche dalla prossimità della Clinton all’oligarca George Soros, acerrimo avversario di Netanyahu.

Allo stesso tempo, Netanyahu contava di poter influenzare con certa facilità la politica mediorientale dell’amministrazione Trump, sia per gli stretti legami col genero del presidente sia per gli ancor più stretti legami con i neocon americani, più che consolidati durante l’amministrazione di George W. Bush.

Invece Trump non ha schiacciato la sua politica mediorientale sui desiderata del premier israeliano, che ha visto vanificate le sue insistenze per un impegno diretto dell’America nel conflitto siriano e in quello, evitato, con l’Iran (e altro).

Così l’eventuale caduta di Netanyahu, se così sarà, non avrà ripercussioni sulla vicenda di Trump – semmai nuocerà ai suoi antagonisti neocon -, il cui destino è legato ad altri fattori.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page