22 novembre 2019

Kissinger: senza un accordo con Pechino sarà guerra globale

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina può diventare una guerra vera e propria, così Henry Kissinger in una convegno organizzato da Bloomberg (al Manar).

“Se lasciamo che il conflitto si deteriori, l’esito potrebbe essere anche peggiore di quanto successo in Europa” nel ventesimo secolo, ha affermato l’ex Segretario di Stato Usa, aggiungendo che “la prima guerra mondiale è scoppiata a causa di una crisi relativamente minore” e ricordando che fu combattuta con armi molto meno distruttive di quelle odierne.

In un discorso precedente, aveva affermato che le “inevitabili” diversità di interessi tra le due potenze, che generano dialettica, devono essere gestite superando le attuali pretese di abbattere il rivale (più americane che cinesi in realtà). Infatti, ha detto, “non è più possibile pensare che una parte possa dominare l’altra” (Global Times).

Sanzioni contro Hong Kong

L’allarme di Kissinger cade in un momento particolare. In questi giorni il Senato americano ha approvato l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, che sanziona le autorità di Hong Kong per la repressione contro i manifestanti che da mesi stanno mettendo a ferro e fuoco la città.

La legge prevede che gli Stati Uniti anno per anno dovranno monitorare la tenuta democratica della città e revocare, nel caso di criticità sul punto, il suo status privilegiato per gli scambi commerciali con gli Usa.

Ciò ha suscitato le ire di Pechino, che peraltro denuncia il sostegno americano ai manifestanti (vedi Piccolenote), evidentemente gradito ai rivoltosi, date le tante bandiere americane che agitano al vento.

Per la Cina si tratta di un’ingerenza indebita e irricevibile in quella che Pechino considera una questione interna, peraltro a ragione dal punto di vista del diritto internazionale dato che Hong Kong è cinese.

Tra l’altro, finché il contrasto ai manifestanti si limita a quanto visto finora, appare del tutto ingiustificata: si è visto ben di peggio in Spagna, nel corso delle proteste indipendentiste catalane; o in Francia, nella repressione dei gilet gialli (e altrove).

Un siluro ai negoziati Usa-Cina

L’iniziativa legislativa, dopo un passaggio alla Camera, piomberà come un bomba sulla scrivania di Trump, chiamato a controfirmarla nonostante stia conducendo una serrata trattativa con Pechino per porre fine alla guerra commerciale sino-americana.

Una bomba intelligente contro l’intesa… Infatti, Trump vuole a tutti i costi accordarsi con la Cina prima delle presidenziali del 2020.

Spera in tal modo di offrire nuove opportunità al suo Paese, consolidando quella crescita dell’economia e dell’occupazione che può già vantare (Piccolenote) e che spera gli ottenga la vittoria.

Se invece il negoziato non andrà in porto, il conflitto sarà usato dai nemici di Trump per dimostrare la fallacia della sua politica economica, basata sul confronto muscolare come arma per giungere ad accordi commerciali favorevoli.

Non solo, il collasso delle trattative avrebbe ripercussioni nefaste per l’intera economia globale, America compresa. Un crollo che Trump pagherebbe alle urne.

Anche per questo i suoi avversari sono tanto attivi nel mettergli i bastoni tra le ruote, siano essi democratici, che all’impeachement contro Trump vogliono aggiungere anche questa criticità, siano essi neocon, ora avversari del presidente e convinti della necessità di uno scontro esistenziale con la Cina.

Il voto dei repubblicani sulla legge indica che sulla controversia con Pechino i neocon del partito, Marco Rubio su tutti (Piccolenote), hanno avuto influenza decisiva.

Peraltro la convergenza unanime del Congresso indica alla Cina che la strada è tracciata: se aveva riposto tacite speranze che un cambio di guardia alla Casa Bianca ponesse fine alla guerra dei dazi, ora sa che anche un eventuale presidente democratico sarebbe avverso al Dragone. Circostanza che rende la Cina ancora più diffidente riguardo agli Usa.

Xi Jinping: non cerchiamo il primato globale

Nonostante tutto, di oggi una dichiarazione distensiva del presidente cinese Xi Jinping, che ha chiarito: con gli Usa “vogliamo lavorare per un accordo iniziale sulla base del rispetto reciproco e dell’uguaglianza”.

“Se necessario, reagiremo”, ha aggiunto, ma abbiamo lavorato attivamente per cercare di evitare una guerra commerciale. Non abbiamo iniziato noi questa guerra commerciale né la vogliamo” (Reuters). Dove anche l’accenno a un’eventuale reazione va valutato in tutto il suo peso.

Parole che seguono una dichiarazione del presidente cinese ancora più distensiva, riferita dall’agenzia di stampa Xinhua: “la Cina non intende sostituire alcun potere, il suo obiettivo è piuttosto ‘ripristinare la dignità e lo status che il Paese merita’”.

“La storia umiliante della Cina come Paese semi-coloniale e semi-feudale non si ripeterà mai più”, ha concluso.

Anche per il cenno all’umiliante passato coloniale la questione Hong Kong, strappata alla Cina dalla Gran Bretagna grazie alla guerra dell’oppio, rappresenta un nervo scoperto.

Kissinger in Cina

Così torniamo a Kissinger. Venerdì 22 novembre si è recato in Cina, dove si è incontrato con Xi, il quale ha elogiato il suo decennale impegno in favore dei rapporti sino-americani (Xinhua).

Per parte sua, Kissinger ha rinnovato la sua convinzione della necessità di una convivenza pacifica, seppur dialettica, delle due potenze. Necessaria non solo a Washington e Pechino, ma alla stabilità globale.

Un incontro pubblico e non riservato, quello tra i due, cosa che gli conferisce una sorta di ufficialità.

Dati i fecondi rapporti tra Kissinger e Trump, si può desumere che egli sia andato in Cina per tentare di smussare le attuali asperità e favorire così il sospirato accordo tra i due Paesi. Ma la strada resta impervia.

 

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