21 novembre 2019

Gantz rinuncia. Per Israele uno stallo che può riservare sorprese

Benny GantzBenny Gantz rimette il mandato in anticipo. Non è riuscito a dare un governo a Israele. Chiusa questa possibilità, sembra inevitabile la terza elezione consecutiva, percepita come un disastro in Israele.

Ma resta un’ultima possibilità: prima che siano indette le elezioni, si apre infatti una finestra per residue manovre politiche.

Nei prossimi 21 giorni, infatti, qualsiasi membro del Parlamento israeliano ha l’opportunità di creare un governo. Un momento di sospensione previsto dalle norme israeliane, ma mai esplorato nella storia della nazione.

Un’opportunità che si era aperta anche all’esito del primo fallimento di Netanyahu (che pur vincendo le elezioni di aprile non era riuscito a trovare una maggioranza), ma che egli aveva evitato sciogliendo il Parlamento.

La cosa non si ripeterà, da qui l’attuale sospensione. Alcune considerazioni.

Il fallimento di Netanyahu e quello di Gantz

Anzitutto va registrato il fallimento di Netanyahu, che per la seconda volta consecutiva ha vinto le elezioni ma non è riuscito a formare una coalizione di governo. La sua presa sulla politica israeliana si è indebolita.

Ma si deve anche registrare il fallimento parallelo di Gantz, che per due volte ha duellato col premier e per due volte non è riuscito a vincere. E però, come detto in altra nota, è ancora in piedi, nonostante lo strapotere dell’avversario, uso a stritolare i suoi antagonisti, esterni e interni. Indice che Gantz ha una forza che neanche i suoi alleati gli attribuivano.

Se è vero il detto”non c’è due senza tre”, e se in qualche modo pagherà il fatto che nella seconda elezione ha aumentato i consensi, sarà ancora lui lo sfidante alle prossime elezioni, sempre se ci saranno.

Già, perché i 21 giorni che separano Israele da nuove elezioni si annunciano interessanti. Anzitutto perché, ora che Gantz ha rinunciato, lo spettro di un nuovo voto, finora paventato da tutti come disastroso, ma anche esorcizzato come impossibile, appare in tutto il suo dramma.

E la mossa di Gantz, che ha anticipato i tempi della remissione del mandato, ha avuto l’effetto, voluto o meno che sia, di drammatizzare ancora di più il momentum.

Le incognite dello stallo

Da qui la possibilità di una libertà finora inespressa da parte dei politici israeliani, perché bloccati dai rispettivi leader di riferimento. Potrebbero infatti usare lo spettro di una nuova votazione per smarcarsi dalle linee guida dei loro partiti.

Gideon Sa’ar

È quanto si sta verificando nel Likud, dove Gideon Sa’ar ha chiesto a Netanyahu di indire le primarie del partito, sfidandolo apertamente. Una richiesta che Sa’ar aveva rimandato più volte.

D’altronde egli non ha più tempo da perdere, non solo in un’idea di aprire nuove prospettive al suo partito, ma anche per la sua stessa sorte politica.

Il recente accordo tra Netanyahu e Naftali Bennet, leader di un partitino di ultra-destra e da sempre rivale del premier, ha dato a quest’ultimo la possibilità di succedere a Netanyahu come leader della destra (Haaretz), minando le prospettive in tal senso di Sa’ar.

Da qui l’urgenza di quest’ultimo di muoversi prima che la posizione di Bennet vada a consolidarsi.

Ma al di là delle motivazioni personali, è ovvio che Sa’ar può offrire al Likud prospettive nuove. E soprattutto può evitargli l’incognita di andare a nuove elezioni con un leader incriminato dalla magistratura.

Infatti, dopo tanti rinvii, la Corte Suprema è ormai costretta a decidere sulle cause che pendono contro Netanyahu. E i media israeliani escludono che possa essere scagionato.

La “missione” di Lieberman e la magia di Netanyahu

L’ultima variabile di questo gioco politico resta il leader di Israel Beitenu, Avigdor Lieberman, che doveva facilitare la nascita di un governo di unità nazionale Likud-Gantz senza Netanyahu.

La variabile Lieberman potrebbe rientrare in gioco in un’intesa con Netanyahu, come avvenuto in passato.

Ma, sebbene tale ipotesi non si possa escludere, convince un articolo di Haaretz che spiega come Lieberman sappia bene che tale accordo non gli offre alcuna possibilità di manovra, data la natura accentratrice di Netanyahu.

Ancor più significativo il titolo dell’articolo in questione: “Lieberman rimane fermo nella sua missione di deporre Netanyahu”, che è poi il centro di tutta la controversia politica israeliana, cioè se il decennale regno di Netanyahu debba finire o meno (battaglia con prospettive a largo spettro).

Già, Netanyahu… egli ha dimostrato ancora una volta le sue risorse “magiche“, stante che è riuscito a resistere sia all’opposizione interna sia alla nuova distanza dagli Stati Uniti, dove non solo ha accresciuto il divario con tante comunità ebraiche che si riconoscono nel partito democratico, ma ha anche subito l’allontanamento di Trump (Piccolenote).

Non solo, Netanayhu continua a tenere il timone di Israele nonostante da aprile non abbia un consenso elettorale tale da rendere pienamente legittimo il suo mandato. Un premier in assenza di alternative. Non è poco.

Il suo governo quindi prosegue. Un vantaggio anche in vista di nuove elezioni, dato che sa usare perfettamente le leve del comando. In particolare sa creare quelle criticità, sia interne sia nel più ampio ambito della politica estera, che sa cavalcare come nessun altro. Chi vivrà, vedrà.

 

Ps. Dopo aver scritto la nota, la sentenza della Corte Suprema, che ha accreditato tutti i capi di imputazione contro Netanyahu portati alla sua attenzione da parte delle autorità inquirenti. Colpo durissimo per il premier… ovviamente sui media italiani, mentre scriviamo questo aggiornamento, non c’è ancora traccia della notizia… informazione residuale.

PPs. Nulla da aggiungere all’articolo, per ora.

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