20 novembre 2019

Hong Kong e Bolivia, narrazioni a confronto

hong-kong-violenzeDa giorni i media sono inondati di immagini sugli scontri al Campus universitario di Hong Kong correlate da commenti drammatici sulla brutalità della polizia che sta assediando i manifestanti.

In realtà, si tratta di immagini alquanto usuali, come se ne vedono normalmente in Occidente quando le città sono messe a ferro e fuoco dai Black Bloc.

Proprio a tali movimenti antagonisti possono essere ricondotti i manifestanti di Hong Kong dato che non hanno richieste specifiche se non un’impossibile secessione dalla Cina, dopo che la legge sull’estradizione, da cui nasceva la controversia, è stata ritirata. Da qui la devastazione fine a se stessa.

Proteste “spontanee”

A guidare le proteste “spontanee” sono i gruppi più radicali, ai quali è stato dato il mandato di alzare al massimo il livello dello scontro così da scatenare la repressione delle autorità.

A chi sta montando questa protesta “spontanea” serve che si ripeta lo schema Tienanmen, con la Cina comunista protagonista di una repressione sanguinaria che la isolerebbe dal mondo.

Gioco evidente, al quale le narrazioni mainstream si prestano con la consueta acriticità, obliterando la violenza dei manifestanti e ingigantendo quella della polizia.

Quest’ultima, in realtà, al di là di eccessi propri degli scontri ravvicinati, sta facendo il suo lavoro che è quello di contrastare la violenza dilagante contro manifestanti che hanno un’ottima organizzazione militare.

Il coordinamento delle proteste è perfetto, come anche l’intelligence. Lo evidenzia il caso della app che segnalava i movimenti della polizia, rimossa dalla Apple (Bbc) e probabilmente sostituita da altro; e la capacità di sfuggire alle intercettazioni grazie al sostegno di social adatti (Bbc).

Come perfetti gli obiettivi da colpire: stazioni della metropolitana, aeroporto e altri centri nevralgici della città.

Proteste tanto spontanee che anche il look dei manifestanti è scelto da altri: non vestiti, ma uniformi, come denota un (ironico) divieto delle autorità all’importazione di vestiti neri da distribuire ai ribelli (Independent). Il nero ha certa resa sui media, come ben sanno i black bloc o l’Isis…

Proteste a Hong Kong

Alzare il tiro

Si diceva che si vuole provocare la reazione di Pechino. Da qui l’utilizzo di armi sempre più pericolose da parte dei ribelli: oltre alle bottiglie molotov hanno iniziato a usare archi e frecce (ferito un poliziotto).

Peraltro le autorità accademiche hanno denunciato il furto di sostanze tossiche dai laboratori del Campus da parte degli occupanti, con allarme generale della città (South China Morning Post).

Finora la sicurezza è stata accorta: in mesi di vandalismo si sono registrati solo alcuni feriti tra polizia e dimostranti, mentre questi ultimi hanno ucciso un uomo, colpito in testa da un mattone, e dato alle fiamme un civile (qui il terribile video).

Le proteste di Hong Kong vengono coperte in articoli e servizi Tv che la definiscono ex colonia britannica. Qualcosa di altro dalla Cina, mentre da millenni appartiene al Celeste impero, da cui Londra la strappò a metà del secolo scorso grazie all’oppio.

Si vuole che torni a essere la colonia di un tempo, grazie ai manifestanti che agitano bandiere americane. Una colonia piantata come un cuneo nel cuore della rivale Pechino… da qui l’irriducibilità di una rivolta che ha un obiettivo geopolitico altissimo: porre criticità nella potenza globale rivale degli Usa.

Poca solidarietà per la Bolivia

Alla copertura degli scontri di Hong Kong corrisponde l’oblio su quanto accade in Bolivia, dove, dopo il golpe che ha estromesso Evo Morales, si è scatenata la repressione.

Bolivia, alcuni manifestanti uccisi nella repressione

Nell’ultimo scontro, segnala il New York Times, sono cinque i morti tra i manifestanti. Omicidi non casuali, dato che, come ricorda il NYT, il nuovo presidente “ha firmato un decreto che protegge le forze di sicurezza dall’azione penale quando essa mantiene l’ordine pubblico”. Licenza di uccidere.

Ampio, in Occidente, il consenso, più o meno tacito, per i golpisti. Solo qualche politico ha osato denunciarlo.

Tra questi il senatore democratico Usa Bernie Sanders che, dopo aver denunciato il “colpo di Stato”, ha detto: “Penso che Morales abbia fatto un ottimo lavoro per alleviare la povertà e dare agli indios della Bolivia una voce che non avevano mai avuto prima” (Newsweek).

Nella nota precedente sulla Bolivia avevamo accennato alle immani riserve di litio del Paese, che Morales voleva usare per contrastare ulteriormente la povertà…

Il litio e le automobili tedesche

Il litio serve a produrre batterie, indispensabili alle automobili elettriche. Proprio in tale prospettiva, la Germania aveva stretto un contratto con la Bolivia per lo sfruttamento del litio da parte dell’ACI Systems. Un investimento di 1.3 miliardi di dollari.

Poco prima della sua defenestrazione, Morales aveva annullato il contratto, chiedendone uno più favorevole (Argus).

Sette giorni dopo, il golpe. Difficile immaginare mani tedesche dietro i militari. Probabilmente Morales sarebbe riuscito davvero a spuntare un accordo migliore.

Più probabile che a far muovere i militari sia stato qualcuno che voleva impedire l’intesa, che avrebbe favorito Bolivia e Germania.

Va ricordato che il settore automobilistico tedesco è considerato dagli Stati Uniti una “minaccia alla sicurezza nazionale” (Reuters).

Considerazione alla quale va aggiunto che gli Usa hanno fatto sforzi enormi per diventare il primo produttore mondiale di petrolio… la produzione di automobili elettriche relativizza in parte tale primato.

Le conclusioni ai lettori.

 

 

 

 

 

 

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