19 novembre 2019

Pompeo cambia rotta: ok agli insediamenti israeliani in Cisgiordania

Mike-PompeoMike Pompeo ha annunciato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania “non violano il diritto internazionale”. Una vera e propria bomba sul rebus mediorientale.

È un’inversione di marcia rispetto alla linea seguita dagli Stati Uniti fin dal 1978, ribadita anche dal presidente repubblicano Ronald Reagan, il quale definì le colonie “inutilmente provocatorie” (New York Times).

Secondo il Segretario di Stato Usa la decisione è una presa d’atto dello status quo; la questione delle colonie è un problema che devono risolvere palestinesi e israeliani, lasciando le controversie ai tribunali israeliani…

Una svolta che crea divisione

Le parole di Pompeo hanno ricevuto il plauso dei neocon e dei repubblicani, almeno di quelli che si sono espressi, mentre hanno sollevato polemiche tra i candidati democratici alla Casa Bianca.

Apertamente contrari, perché di fatto legittima l’annessione della Cisgiordania seppellendo l’idea di uno Stato palestinese (la cosiddetta “soluzione dei due Stati”), Joe Biden, Elizabeh Warren e Bernie Sanders.

Lo riferisce Amor Tibon su Haaretz, il quale dettaglia anche la spaccatura in seno alla comunità ebraica statunitense.

Ad applaudire la decisione, infatti, la Orthodox Union e la Republican Jewish Coalition, a condannarla l’Union for Reform Judaism, l’Americans for Peace Now e J Street.

Una divisione che riflette anche in questo caso la scelta tra i “due Stati” e quella di “un solo Stato” (Israele).

Accordo o imposizione

Non si tratta solo di una diversa idea sui confini dello Stato israeliano e sul suo rapporto con i palestinesi, ma sull’essenza stessa di tale Stato, dato che i critici della soluzione “uno Stato” ritengono che essa minerebbe la democrazia israeliana e creerebbe una situazione di apartheid nei confronti dei palestinesi “annessi” a Israele (vedi National InterestDavid Grossman).

Tibon registra come l’Aipac, la più influente organizzazione ebraica americana, sia rimasta neutrale.

Nota però come abbia rilanciato il tweet del leader di Khaol Lavan Benny Gantz, il quale ha accolto con favore la decisione, precisando che il destino delle colonie “dovrebbe essere determinato da accordi che soddisfino i requisiti di sicurezza e possano promuovere la pace, che servirà entrambe le parti e riflettano anche le realtà sul campo”.

Un twitt che il NYT interpreta come un plauso alle dichiarazioni del Segretario di Stato, alle quali però aggiunge l’indispensabile accordo con i palestinesi.

Un accordo che per il premier israeliano Benjamin Netanyahu non è necessario, scrive Noa Landau su Haaretz: ai palestinesi sarà imposto quanto deciso tra Washington e Tel Aviv.

Un favore a Netanyahu

Gli analisti, nonostante i dinieghi di Pompeo, hanno letto la svolta come un endorsement al premier israeliano, che sta lottando per mantenere la premiership contro Gantz, che ha l’incarico di formare un nuovo governo.

L’ennesimo favore a Netanyahu, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e della sovranità israeliana sul Golan, giunti a ridosso delle due ultime elezioni.

Anche questo arriva in un momento cruciale della politica israeliana, mentre Gantz sta esaurendo le sue opzioni e suona come una campana a morto sulle sue prospettive di un governo senza Netanyahu, rilanciando il premier.

Da questo punto di vista appare interessante il fatto che l’Aipac abbia rilanciato il tweet di Gantz, come a indicare che, pur nella necessaria neutralità tra i due contendenti alla premiership di Israele, abbia inteso esprimere un’implicita, quanto ineffabile, inclinazione verso Gantz, fosse anche solo per riequilibrare lo sbilanciamento verso Netanyahu dell’amministrazione Trump.

La mutata posizione degli Stati Uniti “rimarrà per generazioni”, ha affermato Netanyahu, che ha dato così portata storica alla svolta, peraltro un coronamento del suo impegno in tal senso.

La decisione cade anche in un giorno critico per Netanyahu: alcuni giorni fa si era diffusa la voce che la Corte Suprema israeliana oggi avrebbe deciso se incriminarlo o meno.

Sui media israeliani di oggi non c’è più alcun cenno a tale scadenza, che sembra svaporata… forse c’è correlazione tra le due cose, forse no.

Il neocon Pompeo e la debolezza di Trump

Il Segretario di Stato Usa finora aveva tenuto una posizione altalenante, a volte in linea con l’agenda neocon, altre no. Con la decisione sugli insediamenti, secondo il National Interest, egli “diventa totalmente neocon”.

Così i neocon, cacciati dall’amministrazione Trump con il licenziamento di John Bolton, sembrano essere tornati grazie al nuovo Pompeo.

Si può notare, en passant, come Trump, al momento in cui stendiamo questa nota, non abbia ancora fatto menzione su twitter di una decisione così importante della “sua” amministrazione, nonostante sia nota la sua mania per tale social.

Non sembra cioè entusiasta della svolta, che però, allo stesso tempo, non ha la forza di confutare. Evidentemente, come altre volte, i neocon hanno sfruttato la sua attuale debolezza, causata dell’impeachement e altro, per far valere le loro ragioni.

Concludiamo con due cenni di Noa Landau su Haaretz: “La situazione sul campo non cambierà dall’oggi al domani, né il diritto internazionale cambierà solo perché gli Stati Uniti hanno deciso di non riconoscerlo più”.

Quindi, dopo aver ricordato che Pompeo ha affermato che la svolta Usa favorirà la pace tra israeliani e palestinesi, nonostante non preveda alcun negoziato con questi ultimi, scrive: “Riconoscere Gerusalemme e [la sovranità israeliana] sulle alture del Golan non ha esattamente avvicinato israeliani e palestinesi alla pace”. Anzi.

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