16 novembre 2019

Gaza: scatta la tregua fragile. Svaporano le speranze di Gantz?

Fragile tregua tra Israele e Jihad, dopo due giorni di conflitto a Gaza, aperto dall’uccisione mirata di un leader della Jihad islamica. Una guerra che ha visto una trentina di morti tra i palestinesi e Israele bloccata dal terrore dei razzi e che lascia la situazione come prima, come accenna un editoriale di Haaretz,

Il blocco favorisce gli estremisti

“Da decenni è chiaro che l’assassinio di leader e comandanti terroristi non influisce sulla capacità delle loro organizzazioni di attaccare Israele, né altera le loro politiche”.

L’esercito israeliano, continua il giornale, “ha affermato più volte, abbastanza chiaramente, che non esiste una soluzione militare al problema di Gaza” . Tanto che il servizio segreto militare, lo Shin Bet, da tempo ha ammonito la leadership politica israeliana sul fatto che l’unica soluzione al conflitto permanente è allentare la morsa su Gaza, da anni bloccata da un embargo durissimo.

Se la guerra ad ampio spettro stavolta è stata evitata, continua Haaretz, è solo perché l’esercito ha evitato di coinvolgere Hamas e questi ha evitato di farsi coinvolgere dalla risposta bellicosa della Jihad islamica.

Da qui la possibilità di un accordo con Hamas, che però passa dal “rimuovere il blocco [su Gaza, ndr.] che paradossalmente finisce per rafforzare i movimenti più estremisti. L’attuale governo ha dimostrato di non essere in grado di farlo. Fino a quando non verrà sostituito, gli israeliani continueranno a vivere tra una raffica di razzi e l’altra”.

Fin qui Haaretz, che conclude con un’equazione forse insolubile, dato che il conflitto appena finito, e che potrebbe riaprirsi, sembra invece aver rafforzato il premier Netanyahu.

Gantz non rompe lo stallo

Come accennato in altra nota, infatti, Gantz, che ha l’incarico di formare un nuovo governo, aveva ventilato l’ipotesi di un accordo con i partiti arabi della Joint list. Carta che aveva giocato nel tentativo di forzare la mano al Likud, al quale sta chiedendo di accedere a un governo di unità nazionale scaricando il suo leader storico, Benjamin Netanyahu.

L’ipotesi di un accordo con i partiti arabi dava infatti argomenti a quanti vorrebbero accogliere l’idea di Ganzt, ma temono Netanyahu: questi avrebbero cioè potuto avanzare apertamente l’ipotesi di un sacrificio del premier attuale per evitare al Paese un governo formato da una coalizione sostenuta dagli arabi.

L’opzione di un’intesa tra Gantz e la Joint list è svaporata, seppellita sotto lo scambio di colpi di questi giorni, come svaporate appaiono le sue possibilità di formare un governo. Il 20 novembre dovrà restituire il mandato con un nulla di fatto, stante lo stallo attuale.

Né sembra che basterà a rompere lo stallo il verdetto della Corte Suprema sui reati che la magistratura contesta a Netanyahu , Voci insistenti lo darebbero per martedì, in anticipo rispetto alla tempistica ipotizzata, ma anche no.

Difficile infatti che possa cambiare le carte in tavola, dato che lascia davvero poco tempo a Gantz per sfruttare la debolezza di Netanyahu. Ma è certo che, se le voci verranno confermate, ci proverà. Vedremo.

Nella sospensione, le prospettive che il Paese vada a una terza elezione aumentano. Netanyahu non cede di un millimetro. Evidentemente, in questa prospettiva, spera di sfruttare il suo ruolo di premier per cambiare nuovamente lo scenario a proprio favore.

Le occasioni in tal senso non mancheranno data la magmatica situazione mediorientale, come peraltro ha dimostrato il conflitto di Gaza appena concluso, che Netanyahu ha sfruttato in pieno.

Ne resterà solo uno

Tutto bloccato, dunque. Ma quanto sta avvenendo merita una considerazione. Se la tenuta a oltranza di Netanyahu era stata messa in preventivo un po’ da tutti, nessuno aveva previsto la durata di Gantz.

Era stato descritto come un soldato tutto d’un pezzo, un patriota, capace di portare aria nuova alla politica israeliana, ma del tutto impreparato ai giochi politici di cui è maestro il suo avversario, del quale sarebbe stato facile preda nel caso di un braccio di ferro prolungato, intessuto di lusinghe, offerte, scontri e taciti tranelli.

Non è andata così. Il generale ha tenuto il punto, nonostante tutto, guerre comprese. Certo, è stato favorito da fattori internazionali nuovi, tra cui la presa di distanza di Trump da Netanyahu e la discordia tra i radicali del partito democratico americano e gli ultraortodossi israeliani.

Eppure molto si deve anche alla fibra del generale: nessuno finora aveva resistito tanto al martellante attacco geometrico di Netanyahu in grado di avvolgere e stritolare tutti i suoi avversari.

Ciò porta a una considerazione. Se subito dopo la seconda elezione la soluzione più gettonata al rebus politico israeliano era parsa quella suggerita dal presidente Reuven Rivlin, ovvero di un compromesso tra Netanyahu e Gantz basato sulla condivisione del potere tra i due, il lungo stallo sembra aver logorato tale scenario. Ne resterà solo uno…

 

Ps. I due giorni di guerra non hanno risparmiato orrori, tra cui il più terribile: un’intera famiglia palestinese sterminata, otto i membri, cinque i bambini. Israele parla di un errore di intelligence, la casa era stata erroneamente individuata come obiettivo sensibile della Jihad, con spiegazione che non convince i palestinesi.

Orrori che purtroppo andranno a ripetersi, stante che all’usata conflittualità israelo-palestinese va a sommarsi la perigliosa instabilità interna dello Stato israeliano, più acuta che mai.

 

 

 

 

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