11 novembre 2019

Golpe in Bolivia: torna a soffiare il vento delle dittature sudamericane

11 settembre 1973 - Salvador Alliende esce dal palazzo presidenziale di Santiago del Cile preso di mira dall'aviazione golpista di Augusto Pinochet.

11 settembre 1973 – Salvador Alliende esce dal palazzo presidenziale di Santiago del Cile preso di mira dall’aviazione golpista di Augusto Pinochet.

Riesce il colpo di Stato in Bolivia. Evo Morales si dimette, dopo giorni di proteste seguite alle contestate elezioni del mese scorso, che lo avevano confermato alla guida del Paese. Il golpe è riuscito grazie all’ammutinamento della polizia e dell’esercito, che hanno sostenuto la spinta della piazza.

Un golpe da manuale

A “suggerire” al Presidente di dimettersi è stato il Capo di Stato Maggiore, generale Williams Kaliman, al quale si è aggiunto il “suggerimento” del comandante generale della polizia, Vladimir Yuri Calderón. Un classico golpe sudamericano.

il Presidente deposto Evo Morales con il Gen. Williams Kaliman.

Da copione anche le dinamiche usate nell’occasione: come avvenuto in Ucraina, in Venezuela (dove ancora non è riuscito),  Egitto (riuscito) e altrove, basta fare di un’elezione un grimaldello per far saltare un sistema inviso.

All’esito del voto, basta contestarne il risultato con l’accusa di brogli, portare in piazza una massa critica e poi rifiutare via via ogni apertura del presidente eletto, al quale si inoltra un’unica richiesta: le sue dimissioni.

Anche Morales, come altri prima di lui, aveva provato in extremis la via delle aperture: dopo le contestate elezioni del mese scorso aveva ceduto alla piazza aprendo a nuove elezioni. Troppo tardi, la tagliola si era ormai chiusa: offerta rifiutata con contro-offerta non rifiutabile.

Il ruolo dell’Osa, primo golpe statistico

A dar man forte alla piazza ribollente era stata l’Osa (Organizzazione degli Stati sudamericani), da tempo piegata alle logiche neoliberiste, che aveva denunciato come “statisticamente improbabile” la vittoria di Morales alle ultime elezioni. Un golpe statistico.

Peraltro, una dettagliata e approfondita analisi resa pubblica da Mark Weisbrot, condirettore del Center for Economic and Policy Research, alla quale rimandiamo (cliccare qui), racconta invece di una elezione più che valida… Tant’é.

Interessante il fatto che due giornali mainstream come Corriere della Sera e Repubblica, peraltro non certo sostenitori di Morales (anzi), raccontino di una presidenza che aveva fatto bene.

Così Rocco Cotroneo sul Corriere dell’11 novembre: “Morales non è stato un cattivo presidente […] la Bolivia gode di una crescita economica molto solida da anni e di una riduzione significativa della povertà”.

Sulla stessa linea Daniele Mastrogiacomo sulla Repubblica dello stesso giorno: “L’ex segretario del sindacato dei cocaleros ha governato bene. La Bolivia è cresciuta, ha un’economia solida, una difesa ambientale invidiabile”.

Ritorno all’oscurità

Dopo l’uscita di scena di Morales sono state arrestate figure invise alla piazza, incendiate le loro case e diramato un mandato di arresto contro l’ormai ex presidente.

La destra si è scatenata e dato che Morales gode di un sostegno ampio tra la popolazione, per lo più i poveri, il rischio che si inneschino spirali violente è alto.

Si paventa il ritorno alle dittature sudamericane create dagli Stati Uniti, la cui mano è evidente in quanto sta avvenendo in Bolivia.

Dopo la repressione cilena contro i manifestanti che protestavano contro il carovita, i cui “eccessi” sono stati ammessi dallo stesso presidente Sebastián Pineira che l’ha ordinata, l’onda oscura ha travolto anche la Bolivia.

Resta il Venezuela, che ancora resiste a spinte similari. Ma ora che è caduto Morales il presidente Maduro è più solo.

Morales è, o meglio era, il più stretto alleato che aveva nel continente. Tanto che, quando forte spirava il vento del golpe venezuelano, i media che lo alimentavano spiegavano che dopo il Venezuela sarebbe stata la volta della Bolivia. Previsione auto-avverata.

Ora la destra sud-americana (dove americana va letto in senso ampio) potrà mettere le mani liberamente sulla cocaina boliviana, fonte di denaro oscuro che potrà essere usato per finanziare nuove fiammate, in Venezuela e altrove.

L’America First e le follie neocon

Sembrano tornati i tempi delle dittature latinoamericane, anche se è presumibile che i nuovi-vecchi padroni cercheranno di evitare, per quanto possibile, la repressione di massa di allora, memori delle reazioni che ebbero in Occidente.

L’isolazionismo americano proprio dell’America First richiede un controllo più stretto sul giardino di casa. Una prospettiva più consona ai vecchi arnesi che sostengono Trump che al presidente stesso, come si è visto nel caso Venezuela.

E che si somma all’interventismo muscolare dei neocon, che, volendo alimentare il contrasto con Mosca e Pechino, intendono tagliare i rapporti che russi e cinesi hanno allacciato in questi anni con alcuni Paesi sudamericani.

Il senso di tutto questo è che la ricreazione è finita. I movimenti di massa che si richiamano al socialismo, che, sopravvissuti agli anni delle dittature, hanno goduto nuova influenza o preso il potere nei vari Paesi latinoamericani, devono lasciare il passo di nuovo al verbo neoliberista dispiegato in tutta la sua pre-potenza al tempo delle dittature.

Poche le condanne del golpe in Occidente, tra queste quella del leader laburista Jeremy Corbyn e di Ilhan Omar, che corre per la Casa Bianca per il partito democratico.

Ma ieri la magistratura brasiliana ha scarcerato Luiz Inácio Lula da Silva, il leader del Partido dos trabajadores incarcerato con motivazioni fasulle (Piccolenote) prima delle ultime elezioni. Segnale in controtendenza. Rischi alti, vedremo.

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