25 ottobre 2019

Libano, Iraq: il nuovo vento della Primavera araba

Libano, Iraq: il nuovo avvento della Primavera araba

Libano, manifestazione

Iraq e Libano sono preda di ondate di proteste parallele: la gente scende in piazza per manifestare contro la corruzione del governo, chiedendone le dimissioni.

Come accade per Hong Kong: non ci sono leader, la gente si muove “spontaneamente”, comunica e si organizza tramite la rete. Convergenze parallele: sia l’Iraq sia il Libano da tempo sono sotto stretta osservazione dei neocon a causa dei loro rapporti con l’odiato Iran.

Proteste parallele

In Libano, Hezbollah, la milizia filo-iraniana che è anche partito, sostiene il governo di Saad Hariri. In Iraq, il governo formato da sciiti e sunniti conserva legami con Teheran. Altro punto di contatto è l’improvvisa epifania della protesta, nata dal nulla e dilagata in pochi giorni.

La nuova primavera araba ha il sostegno entusiasta dei media avversi all’Iran, da Debkafile, vicino all’intelligence israeliana, ad al Jazeera, la Tv nata per supportare l’interventismo neocon nel mondo arabo.

Le proteste irachene nascono in un momento cruciale: proprio quando il governo di Baghdad aveva dato inizio a un lavoro diplomatico per favorire un’intesa tra Iran e Arabia Saudita, in urto con la strategia di contrasto a Teheran dei neocon.

La ribellione, infatti, inizia esattamente il giorno dopo la rivelazione di Abbas al-Hasnawi, funzionario del governo iracheno, dell’esistenza di un dialogo tra Teheran e Riad mediato dal presidente Adel Abdul Mahdi (Piccolenote).

Si tratta di manifestazioni “spontanee”, “decentralizzate” (al Jazeera), sul modello di quella di Hong Kong, sponsorizzata dal Dipartimento di Stato Usa.

Anche se in quella irachena non è mancato un richiamo a un’altra rivoluzione colorata, quella di piazza Maidan: anche a Baghdad ignoti cecchini hanno sparato sulla folla, come avvenne in Ucraina.

Operazioni oscure, che hanno il fine di incendiare le masse, screditare le autorità e rendere impossibile una ricomposizione del conflitto.

Proteste spontaneamente organizzate

Così Debka: “Le manifestazioni in tutto il Libano, sabato 18, sono arrivate al loro terzo giorno, alimentate da slogan come ‘Rivoluzione!’. E ‘La gente vuole abbattere il regime’. Sono disposti ad andare fino in fondo questa volta, come hanno fatto alcune masse arabe nella primavera del 2011?”.

Nel mezzo del caos, una primavera araba invincibile“, titola trionfante The Nation. Né manca il collegamento tra quanto avviene in Iraq e le rivolte di Hong Kong: “In Iraq e Hong Kong i manifestanti sfidano il sistema”, titola il Washington Post.

In ques’ultimo articolo, nel quale si ribadisce che si tratta di manifestazioni spontanee e “senza leader”, un cenno di conferma sul carattere anti-iraniano: i manifestanti protestano “contro l’influenza fuori misura di Teheran negli affari iracheni”.

Seppur apparentemente non organizzate, le manifestazioni sono ben pianificate, con obiettivi da bombe intelligenti: “Nei disordini sono stati incendiati dozzine di edifici pubblici e gli uffici di numerosi partiti politici”, scrive il WP.

Un po’ come avviene a Hong Kong, dove i manifestanti sono stati in grado di occupare il Parlamento, paralizzare la metropolitana, bloccare l’aeroporto internazionale, etc.

Le guerre di nuova generazione, come ha insegnato la Primavera araba, non si fanno con i carrarmatini del Risiko (anche se purtroppo non sono passati di moda), ma con Google e smartphone, come avvenuto a Hong Kong, dove i ribelli si sono avvalsi di una App di Apple che tracciava i movimenti della polizia (The Guardian).

Il vento della Primavera araba

Le proteste hanno un fine dichiarato: il regimechange caro alla Primavera araba che ha portato morte e distruzione in Libia, Egitto e Siria.

Va notato però che sia in Iraq sia in Libano lo spazio di manovra delle forze di governo appare più ampio di quello delle autorità di Hong Kong.

Gli appelli al dialogo hanno avuto una qualche flebile eco, il sostegno aperto alle richieste dei manifestanti in materia di riforme e le aperture a una stretta sulla corruzione possono fare breccia.

Ciò perché i partiti al governo in Iraq, e soprattutto in Libano, hanno un rapporto più diretto con cittadini e masse popolari, da cui una capacità di interlocuzione diversa da quella delle autorità di Hong Kong, che devono rispondere più a Pechino che alla città.

E perché sia in Libano sia in Siria i cittadini, anche tra i manifestanti, hanno maggiore consapevolezza dei rischi di strumentalizzazione, date le tante esperienze pregresse.

Ciò finora ha impedito che la situazione precipitasse nel caos, che poi è il fine ultimo di chi sta alimentando questa protesta, cavalcando rabbia ed esigenze reali.

Ma, come insegna Hong Kong, tali proteste hanno una proiezione infinita, in linea con le guerre infinite care agli ambiti neocon.

Un carattere irriducibile che rischia di alimentare scontri senza soluzione di continuità. Una lotta continua il cui fine è porre criticità all’interno di quella cosiddetta mezzaluna sciita che unisce Teheran al Libano, che i neocon vedono come sfida aperta al loro nuovo dis-ordine mediorientale.

La nuova guerra di Google è iniziata.

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