23 ottobre 2019

Israele: allarme per un possibile assassinio politico

Yitzhak-Rabin

Yitzhak Rabin

C’è allarme in Israele per l’eventualità di un assassinio politico. Gli obiettivi sarebbero politici e giornalisti antagonisti di Netanyahu, ma anche magistrati. Tra questi, Avigdor Liberman, Benny Gantz e il procuratore generale Avichai Mendelblit, il quale deve decidere la sorte giudiziaria dell’ex premier.

A rivelare l’allarme diramato dalla polizia allo Shin Bet, l’intelligence militare, è Uri Misgar su Haaretz, in un articolo che descrive il clima arroventato della contesa politica israeliana, che vede esponenti di quella che potremmo definire opposizione oggetto di accuse feroci e atti di intimidazione.

Tanto che alcuni di loro hanno assoldato guardie del corpo, che in qualche caso sono dovute intervenire per impedire approcci indebiti.

Un clima che Migav paragona a quello che precedette l’omicidio di Yitzhak Rabin, quando la società civile ribolliva di rabbia contro il premier, additato come traditore del sionismo.

Non solo la società civile, in particolare gli ambiti ultra-ortodossi, anche i suoi oppositori politici incendiavano le piazze. Tra questi l’allora leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, del quale Misgar ricorda la partecipazione a una dimostrazione che portava in processione “un cappio e una bara recanti lo slogan ‘Rabin sta seppellendo il sionismo’”.

E ancora, Misgar rammenta quando “a Gerusalemme, in Piazza Sion, Netanyahu da un balcone si rivolse alla folla urlando ‘Rabin è un traditore’, aggiungendo: ‘Col sangue e con il fuoco espelleremo Rabin'”.

Quindi ricorda i vari tentativi di minacciare direttamente Rabin, sia quando fu salvato da una guardia del corpo da un malintenzionato, sia quando alcuni facinorosi bloccarono l’auto di un ministro del suo governo nei pressi della Knesset (il parlamento israeliano).

Tra gli aggressori, un esponente khanista – movimento riconosciuto come terrorista in Israele -, che, sventolando l’emblema della Cadillac strappato alla macchina di Rabin, urlò: “‘Arriveremo anche a Rabin’. Un mese dopo arrivarono a lui”, conclude Misgar.

Così finisce l’articolo: “La scritta è sul muro, ma come accade per quel che viene scritto sui muri, nessuno la legge in tempo. Il quadro completo si comprende solo quando è ormai troppo tardi”.

Nervosismo alto, dunque, in Israele. E la storia purtroppo ha il vizio di ripetersi, a volte. Certo, tante cose sono cambiate da quell’assassinio, sul quale rimandiamo a una nota pregressa che riprendeva quanto scritto nel ventennio della morte di Rabin da Nehemia Shtrasler e da Egar Keret, con quest’ultimo che definiva quell’omicidio “tra i più riusciti dell’era moderna”, dal momento che aveva avuto l’esito di forgiare la nuova Israele.

Ma se pure è possibile la reiterazione, è anche vero che certe dinamiche, allora in piena espansione, oggi appaiono erose. Non più capaci di imporsi, certi ambiti hanno però la forza di bloccare processi, come accade per la situazione politica israeliana, caduta in uno stallo all’apparenza irrisolvibile.

Un nuovo sondaggio rivela che se si andasse a nuove elezioni, le terze consecutive, il quadro politico non muterebbe, lasciando la situazione tale e quale (Timesofisrael).

E però proprio questo stallo potrebbe favorire la riuscita della missione di Benny Gantz, chiamato a formare un nuovo governo (domani dovrebbe darsi l’ufficialità dell’incarico). Quel Gantz che all’apparire sulla scena politica, ricordando Rabin, ebbe a dire con commosso memento: “Benedetta sia la sua memoria“.

L’inutilità di un nuovo ricorso alle urne potrebbe convincere gli esponenti del Likud a smarcarsi da Netanyahu per aderire alla proposta del suo avversario, ovvero la formazione di un governo di unità nazionale di matrice centrista, sionista, ma, allo stesso tempo, laica, lontana cioè dall’influenza dei movimenti religiosi ultra-ortodossi che hanno avuto un peso decisivo in questi decenni.

In attesa degli sviluppi, si spera che a Israele sia risparmiata una nuova, terribile tragedia, come da memento e monito riferito dall’articolo di Haaretz.

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