23 ottobre 2019

Siria: Putin e Trump fermano Erdogan

Vladimir Putin e Recep Erdogan a Sochi hanno trovato uno “storico” accordo sulla Siria, recita l’Agenzia stampa di Ankara Anadolu. Le milizie curde nelle prossime 150 ore dovranno ritirarsi dal confine turco, così da garantire una zona smilitarizzata larga 32 km.

A garantire che tale smilitarizzazione sia duratura, e a evitare infiltrazioni future, saranno pattuglie turche e russe, mentre Damasco dovrebbe riprendere il controllo delle frontiere. Un accordo che pone fine alla campagna militare turca e che dovrebbe essere salutato con sollievo anche da quanti, in Occidente, hanno temuto la mattanza.

Non è andata così, dato che Putin è e deve restare l’orco cattivo, né deve essere rilevata la sua ennesima vittoria diplomatica. Così questo accordo è narrato in una cornice del tutto negativa, come fosse una sventura. Ciò, nonostante abbia conseguito l’indubbio risultato di salvare vite.

Non mancheranno spinte per far saltare l’intesa, usando sia l’ambiguità di Erdogan, sia le variegate infiltrazioni all’interno del magmatico ambito curdo, nel quale si cerca di alimentare malcontento.

L’accordo e le aspirazioni curde

Probabile che i curdi, che aspiravano ad altro, vedano in questo accordo un ammaina bandiera.

Anzitutto rispetto al Rojava, la regione della Siria Nord-orientale che si voleva indipendente, democratica, pluralista, inclusiva e tanto altro. Aspirazione che si pensava acquisita e ora dovrà essere negoziata.

In secondo luogo rispetto allo Stato curdo, che dovrebbe nascere dall’unione tra il Kurdistan iracheno e quello siriano (e iraniano), in combinato disposto con le aspirazioni della minoranza curda in Turchia.

Un’idea vaga ma allo stesso tempo concreta, che pone criticità all’integrità territoriale di Siria, Iraq e Turchia, che temono spinte destabilizzanti, da cui il conseguente contrasto.

Criticità antiche e nuove della regione, che il caos siriano ha alimentato e che nulla hanno a che vedere con l’accordo tra Putin ed Erdogan, che certo non poteva dar via libera alla creazione di uno Stato nazionale curdo o trovare una soluzione al rebus Rojava.

Serviva solo a fermare un mattatoio e a trovare una soluzione all’aggressività di Ankara rispetto al Nord-Est della Siria, come è avvenuto.

Interpellato da Giampaolo Cadalanu sulla Repubblica, Redur Khalil, comandante delle milizie curde dello Ypg, spiega che le forze curde stanno effettuando il ritiro, assestandosi a 32 km dal confine, come da accordi, segno che l’intesa è stata accolta con favore (Cadalanu accenna alla “voce rilassata” del suo interlocutore).

Redur-Khalil

Redur Khalil

E richiesto di un comunicato delle forze del Pkk, che avrebbero affermato di voler proseguire il combattimento, afferma di non saperne nulla, smentendo di fatto una notizia che indica un pericoloso intorbidimento delle acque, sia sul teatro di guerra sia nei media.

La convergenza Trump-Putin e la Primavera araba

Vedremo come evolverà la situazione, nel frattempo non si può non salutare con sollievo la notizia (“ciò che conta è fermare la guerra”, dice infatti Khalil) e dare a Cesare, ovvero Putin, quel che è di Cesare: senza l’intervento dello zar la macelleria era assicurata.

Non solo Putin. A favorire l’accordo è stato Trump, che il giorno prima dell’incontro tra il presidente russo ed Erdogan ha fatto dire a Mike Pompeo che era pronto a usare la forza per fermare i turchi.

Dichiarazione che è calata come una mannaia sulle velleità del presidente turco, togliendo ogni spazio di manovra alla sua ambiguità.

Nel dare il via alla campagna militare, infatti, Erdogan era convinto che Trump non avrebbe mai rotto definitivamente con la Turchia, per non consegnarla a Putin; e che quest’ultimo non avrebbe mai difeso le ragioni della Siria fino al punto di contrastare apertamente Ankara, per non consegnarla a sua volta agli Stati Uniti.

Così, alla fine, ha dovuto cedere all’impossibile convergenza parallela che si è creata tra Russia e Stati Uniti. Una convergenza tanto esplicita non avveniva dalla Seconda guerra mondiale, come accennato in altra nota… Rilievo storico che conferisce all’accordo di Sochi una portata altrettanto storica.

A conferma di quanto scritto, il tweet nel quale Trump ha salutato come un “grande successo” l’accordo di Sochi. Plauso che suona come tradimento alle orecchie di quanti hanno alimentato le guerre infinite…

A proposito di storia, un’annotazione conclusiva, che ha a che vedere con la denominazione dell’operazione militare turca: Peace Spring, Primavera di pace.

La Turchia, e la Fratellanza islamica alla quale Erdogan afferisce, ha avuto un ruolo decisivo, in combinato disposto con l’intelligence Usa (oltre che britannica e francese), nella Primavera araba, che dopo aver investito Tunisia, Egitto e Libia (e altri Paesi), ha travolto la Siria nel 2011.

I Fratelli musulmani hanno infatti preso il potere in Tunisia, con Ennahda; in Egitto, con la presidenza Morsi; e hanno avuto un ruolo non secondario nel caos libico e siriano.

Da questo punto di vista, l’Operazione Peace Spring sembrava dover dare nuovo alimento a quella stagione di caos. L’accordo di Sochi potrebbe rappresentare, simbolicamente, l’inizio della fine di quella Primavera d’orrore.

 

 

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