21 ottobre 2019

Israele: l'ultimo giorno di Netanyahu?

Avigdor-Lieberman-Benjamin-Netanyahu-Israele

Ieri sera, dopo la stesura di questo articolo, Netanyahu ha rinunciato al mandato per costruire una coalizione di governo, due giorni prima della scadenza. L’incarico è stato conferito a Benny Gantz.  Potevamo riscrivere l’articolo, ma non c’era nulla da aggiungere, se non che, in fondo, col titolo dato alla nota, un po’ azzardato in effetti, avevamo in qualche modo anticipato i tempi anche noi…

Mercoledì potrebbe essere l’ultimo giorno del lungo regno di Benjamin Netanyahu su Israele. Scade, infatti, il termine ultimo per formare il governo, dopo la vittoria dimezzata delle ultime elezioni che comunque gli aveva consegnato l’opportunità di provarci, con tentativi risultati inutili.

Non ci è riuscito finora, non ci riuscirà nelle ore seguenti. Lo sa bene, tanto che si sta concentrando su altro: a consolidare la sua presa sul Likud e sui partiti ultra-ortodossi, abbandonando la speranza di cooptare il suo rivale centrista, Benny Gantz, leader di Khaol Lavan, e quello di certo-destra, Avigdor Liberman, che guida Israel Beitenu.

La missione impossibile di Netanyahu

Netanyahu sarà dunque costretto a rimettere il mandato nelle mani del presidente Reuven Rivlin, il quale non dovrebbe concedergli altro tempo dato l’irrisolvibile stallo. L’arduo compito di tentare di dare un governo a Israele, dopo due elezioni problematiche, passerà a Gantz.

Sfuma il sogno di Netanyahu, che dopo le elezioni di aprile aveva deciso di andare di nuovo al voto, nella speranza che le urne gli consegnassero quella chiara vittoria mancata in precedenza.

Ma la seconda mezza vittoria di settembre ha dato a Netanyahu solo modo di fare il primo tentativo e ora la palla passa al suo avversario.

In realtà tale sviluppo era prevedibile. Lo schema dichiarato pubblicamente dai suoi rivali rendeva la sua missione impossibile.

Lo schema Gantz

Tale schema, infatti, prevede un governo di unità nazionale tra Khaol Lavan, Israel Beitenu e un Likud senza Netanyahu, con esclusione motivata dai suoi problemi giudiziari, che lo inabiliterebbero al governo.

Dato tale schema, gli avversari di Netanyahu si sono così limitati a rifiutare tutte le sue avances, in attesa che dall’interno dello schieramento opposto qualcuno mettesse in discussione la sua leadership, per poter negoziare con questi ultimi.

Allo stesso tempo, era ovvio che nessuno avrebbe sfidato Bibi mentre questi era ancora impegnato nel suo tentativo. Sarebbe stato un suicidio: lo sfidante sarebbe stato additato come traditore e, nel caso di una riuscita di Netanyahu, avrebbe dovuto dire addio alla sua carriera politica.

Detto questo, il mandato a Gantz non garantisce la riuscita dello schema.

Anzitutto perché l’arrocco di Netanyahu sembra inespugnabile. Ha fatto siglare ai membri del Likud e ai leader dei partiti ultra-ortodossi patti di fedeltà dai quali sarà difficile, del caso, liberarsi.

Lo stallo e la Corte Suprema

Ma due variabili potrebbero sbloccare lo stallo. La prima è la vicenda giudiziaria di Netanyahu. I tempi per l’accertamento delle accuse mosse al premier sono lunghi, ma la sentenza della Corte Suprema, che deve decidere se ci sono elementi per iniziare un processo, sarà a breve.

Potrebbe essere questo il momentum catalizzatore di una divisione dei destini del premier dal suo partito o da qualche partito dell’ultradestra, come da tempo suggerito dai giornali israeliani.

Ipotesi ardua, dato che Netanyahu da tempo sta lavorando per contrastare tale eventualità.

E che ad oggi l’unico ad averlo sfidato apertamente è Gideon Sa’ar, che si è detto “pronto” a correre per la premiership del Likud. Una sfida per ora solo ideale, che non ha catalizzato una massa critica tale da renderla efficace.

Gideon Sa’ar

Lo spettro di nuove elezioni

Resta, però, un’altra possibilità a Gantz, da combinare con la prima, ovvero lo spettro di nuove elezioni, inevitabili se fallisse anche lui.

Nessuno le vuole. E probabilmente le teme anche Netanyahu. L’accusa mossa dai suoi avversari di essere il responsabile dello stallo israeliano, e quindi di tenere al proprio destino politico più che a quello del Paese (Timesofisrael), rafforzerà col passar dei giorni.

E potrebbe far presa sull’elettorato, condannando con lui anche il Likud in caso di un altro voto. Scenario che certo i membri del suo partito stanno elaborando.

La debolezza di Netanyahu

In un solo caso Netanyahu poteva sperare di costringere i suoi antagonisti a fare un governo: se fosse scoppiata una crisi di grave entità, una guerra con l’Iran, ad esempio, o un conflitto con Gaza.

Il premier israeliano è considerato un “mago” per la sua capacità di innescare criticità e gestirle nella maniera a lui più favorevole.

Ma in questo mese non si è registrata nessuna crisi del genere, che peraltro avrebbe potuto favorirlo, ma anche recargli nocumento nel caso di rovesci. Nessun margine per le arti magiche, dunque, né sul fronte interno né su quello esterno.

Resta la contesa politica estenuata, che sta erodendo la fama di invincibilità che il premier israeliano si è ritagliato negli anni, almeno a stare a un articolo di Haaretz.

A conclusione di tale articolo, un commento su Netanyahu di Haggai Segal, direttore del quotidiano Makor Rishon: “Trump e Putin hanno visto la sua debolezza e hanno iniziato a tenerne meno conto”. Cenno di certo interesse.

Nella foto in evidenza, Avigdor Liberman e Benjamin Netanyahu

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