16 ottobre 2019

Moody’s: Trump vincerà le elezioni del 2020

Trump vincerà le elezioni del 2020: questo il vaticinio di Moody’s Analytics. Una previsione basata su tre distinti modelli di dinamiche elettorali, che vedono il tycoon prestato alla politica sempre vincitore.

Si tratta di proiezioni fondate sulla percezione della situazione economica dei cittadini americani, che vedono un aumento dei profitti del mercato azionario e il livello della disoccupazione sceso a un minimo storico rispetto ai precedenti 50 anni (Cnbc).

La prospettiva cambierebbe nel caso di una recessione o di un’affluenza record alle urne, ad oggi improbabile, che invece favorirebbero il suo avversario democratico.

La variabile impeachement

Previsione importante, dato che Moody’s è l’Agenzia di Rating più autorevole del mondo e ha azzeccato tutte le previsioni presidenziali dal 1980 in poi, fallendo solo nel caso dell’inattesa vittoria di Trump del 2016.

I suoi avversari, democratici e neocon, sono consapevoli di tale prospettiva, da cui la necessità di inserire nella contesa elettorale una variabile nuova, ovvero l’impeachement.

Una prospettiva, quella di destituire il presidente, perseguita con ferocia e che gode del supporto di quasi tutti i media americani, con in testa i più autorevoli, New York Times e Washington Post.

Il fatto che quest’ultimo sia storico media di riferimento del partito repubblicano indica che Trump deve far fronte a un attacco concentrico, da destra a sinistra.

In particolare, il presidente è finito nel mirino dei neocon, che hanno vestito i panni di arieti di sfondamento dei democratici.

Gli arieti neocon

Sul ruolo di Lindsay Graham rimandiamo ad altra nota (Piccolenote), anche se pare che abbia appianato le sue divergenze con Trump, sviluppo da seguire perché indicherebbe una distensione tra il presidente e il suo partito (The Hill).

John Bolton, altro ariete neocon, invece ha un ruolo importante nell’accusa sulle indagini dell’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, in Ucraina, che i democratici ritengono indebite perché, da privato, si muoveva come investito di pubblica autorità, della quale si è servito per trovare elementi negativi sul figlio di Joe Biden (candidato democratico alla Casa Bianca).

Bolton è stato chiamato in causa, probabilmente non a caso, da un funzionario del suo ex ufficio, Fiona Hill, che ha rivelato come il Consigliere alla Sicurezza nazionale fosse fermamente avverso all’attività di Giuliani (New York Times).

Insomma, a inguaiare Trump sono i neocon, nonostante le loro apparenti distanze con i democratici.

Il niet a un’inchiesta formale

Detto questo, l’inchiesta sull’impeachement non è destinata ad abbattere Trump prima della campagna elettorale. Non ci sono i tempi per chiudere una procedura tanto complessa. Ma servirà a gettare ombre e a porre criticità alla sua corsa.

Ma Trump non sta sulla difensiva. Attacca, ben sapendo che la lotta è all’ultimo sangue: se perde non troverà pietà.

E ha fatto una mossa inattesa: tramite i suoi, ha chiesto l’apertura formale della procedura di impeachement, che invece la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha rifiutato.

Ciò perché la formalizzazione offrirebbe a Trump la possibilità di difendersi, sia avendo contezza delle accuse che gli sono rivolte nel segreto, al di là delle indiscrezioni mediatiche più o meno veritiere, sia soprattutto potendo presentare testi e documenti a discarico.

Porte semichiuse

Possibilità negate da un’inchiesta che invece prosegue a porte chiuse, ma ben aperte ai cronisti amici.

Ciò però evidenzia certa strumentalizzazione pregressa del variegato ambito politico-mediatico pro-impeachement, pronto a protestare ogniqualvolta l’amministrazione ha negato documentazione ufficiale richiesta dai provvisori inquirenti.

Diniego che, dopo il niet all’apertura di un’inchiesta formale, appare più che giustificato: a procedura strumentale si oppone una difesa a oltranza.

Data la situazione, è comprensibile il furore che accompagna la campagna contro il presidente, la cui rielezione non solo è possibile, ma probabile, come dimostra l’analisi di Moody’s.

Le guerre infinite possono davvero finire

Tanti temono l’indirizzo di fondo del presidente, ovvero la spinta verso l’isolazionismo, ma soprattutto quella volta a chiudere le guerre infinite per trovare un’intesa globale con la Russia e – nonostante tutto – con la Cina per un nuovo ordine mondiale.

E vedono con apprensione questa prospettiva dipanarsi velocemente dopo il licenziamento di Bolton (Piccolenote), che aveva fin qui bloccato tale sviluppo.

Dallo scorso settembre, infatti, dopo il licenziamento del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha sbloccato vari dossier sui quali aveva subito le pressioni neocon.

Ha indebolito la prospettiva di una guerra contro l’Iran; ritirato le truppe americane dalla Siria; dato una forte spinta alla distensione tra Kiev e Mosca e trovato un mezzo accordo commerciale con la Cina (non può arrivare alla campagna elettorale con tale conflitto in corso).

Iniziative che hanno attutito le tensioni con Russia e Cina, e avviate in soli due mesi. Da qui a fine anno può portare a compimento alcuni di questi dossier e forse altri (pace con la Corea del Nord).

Date le premesse, in un eventuale secondo mandato, ancora più libero perché senza problemi di rielezione,  Trump potrà dare basi solide, insieme a Cina e Russia, al nuovo ordine globale post-guerre infinite.

Tale processo, già oggi di difficile inversione, diventerà impossibile da invertire una volta compiuto e diverrà provvisoriamente definitivo per i prossimi decenni. I fautori delle guerre infinite non lo possono accettare.

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