15 ottobre 2019

Il terrore neocon: il ritiro degli Stati Uniti dal mondo

Trump è nell’occhio del ciclone per il ritiro dei militari Usa dalla Siria del Nord-Est, che ha lasciato aperte le porte alla campagna di Recep Erdogan contro i curdi, che pure il presidente Usa sta tentando di chiudere sia con le sanzioni contro la Turchia sia inviando Pence ad Ankara.

I media americani stanno conducendo una vera e propria campagna contro Trump, accusato di aver tradito i curdi e gli alleati e di aver favorito Assad, Putin e l’Iran.

Il ritiro dal mondo

Quest’ultimo punto è in realtà, il vero torto, imperdonabile, di Trump, che poi è quello di aver ferito mortalmente la proiezione globale americana. L’Impero si ritira dal mondo, decisione che tocca interessi altissimi.

È, in fondo, nodo sul quale da anni si concentra la lotta politica americana. Trump ha vinto le elezioni promettendo esattamente questo: la fine delle guerre infinite e della più o meno indebita ingerenza globale Usa.

Chi ha perso le elezioni, ovvero i vari ambiti che sostenevano Hillary Clinton, compresi i media mainstream, stanno riproponendo un copione già visto, applicandolo alla circostanza siriana.

Robert Manning del Brent Scowcroft Center for Strategy and Security, su The Hill, spiega appunto che il ritiro dalla Siria è quanto promesso da Trump in campagna elettorale, ma che quanto sta accadendo in Medio oriente non va ascritto a questa decisione.

Il caos mediorientale

Manning, infatti, ricorda che le discrasie tra Turchia e Usa sono nate con il fallito colpo di Stato in Turchia del 2016, che Erdogan ritiene opera degli Stati Uniti (New York Times).

Così anche gli altri sviluppi, attuali, del Medio oriente sono frutto “di un disastroso e tragico” cumulo di errori americani, “che hanno contribuito a catalizzare il disordine diffuso nella regione, a partire dalla guerra in Iraq del 2003 e dalla catena di eventi disastrosi che ha messo in moto. Questi includono il conflitto sunnita-sciita […]; la “primavera araba” ingannevole e di breve durata del 2011 che divenne rapidamente inverno arabo; l’intervento sbagliato in Libia, e poi il micidiale massacro della Siria”.

Non esplicita Manning, ma il massacro della Siria è stato causato dalla spinta Usa – e dei suoi alleati regionali ed europei – per attuare un regimechange contro Assad, sostenuto arruolando e finanziando bande di tagliagole in tutto il mondo.

Il problema, prosegue Manning, è che, negli ultimi anni, la politica estera americana è stata “militarizzata” e ciò ha “favorito una mentalità secondo la quale, dato che abbiamo un grosso martello, ogni problema è un chiodo”.

Dopo aver speso “6 trilioni di dollari” e dopo “18 anni di bombardamenti sui musulmani […] Il Medio Oriente è un disastro più grande che mai”, conclude l’analista Usa, o meglio fa concludere al “proverbiale uomo della strada” americano, scettico anche sulla campagna anti-terrorismo, che non ha vinto il Terrore, il quale probabilmente si è semplicemente “riciclato”.

Dal ritiro britannico a quello Usa

Ma al di là del particolare, Manning affronta il nodo ultimo della questione, cioè il ritiro dal mondo deciso da Trump, e fa un parallelo con quanto avvenne nel ’68, quando la Gran Bretagna, ritirandosi da Suez, consegnò agli Stati Uniti il ruolo di “garante dell’ordine internazionale post-Seconda Guerra Mondiale“.

Forse un parallelismo “inesatto”. Ma tutte “le insopportabili guerre in Medio oriente mostrano l’idiozia e il dispendio di risorse causate dall’ingegneria sociale, tesa a trasformare culture e società straniere”.

Tale attivismo bellico, secondo Manning, si è fondato, come accadde per la Gran Bretagna, sull’idea “della missione civilizzatrice e dell’inflazionato eccezionalismo nazionalistico. Nessuna eccezione ai cicli della storia: tutti gli imperi hanno ceduto a tali concetti narcisistici”.

Aperta la conclusione di Manning, che dopo aver descritto le due facce della medaglia, o ritiro dal mondo o una presenza catalizzatrice di caos, annota che mentre la Gran Bretagna aveva lasciato il testimone agli Stati Uniti, non sembra ci sia nessuno in grado di riceverlo a sua volta.

Per una nuova Yalta

In realtà, occorre cambiare prospettiva. L’ordine del quale Londra e Washington sono stati garanti non è più.

È stato distrutto non da nemici esterni, ma dalla stessa America, quando da garante di quell’ordine si è immaginata altro, ovvero la nazione apportatrice di un “nuovo ordine mondiale”, idea di fondo della prima guerra in Iraq condotta sotto la presidenza di George Bush padre e rilanciata in tutta la sua aggressività dai neocon durante la presidenza di Bush figlio.

Non solo la Hybris dei neocon: il fatto è che il mondo generato dall’esito della Seconda guerra mondiale non prevedeva nessun ruolo per l’Asia se non ancillare all’Occidente.

L’ascesa della Cina e il nuovo protagonismo asiatico inevitabilmente poneva un cambiamento, sia dell’ordine internazionale che dei garanti dello stesso.

Trump è stato il primo a capirlo, immaginando una nuova sorta di Yalta, i cui garanti siano Russia, Cina e Stati Uniti.

Il vecchio ordine, che poi è l’ordine nuovo immaginato dai neocon, non accetta tale cambiamento. Da cui la guerra. Infinita.

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