14 ottobre 2019

Accordo curdi-Assad e Putin in Arabia Saudita: cambia il mondo

L’accordo tra curdi e Assad e la visita di Putin in Arabia Saudita segnalano un punto di svolta in Medio oriente, che rompe il precario, quanto pericoloso, stallo. Una svolta favorita dal ritiro delle truppe americane dalla Siria, ordinato da Trump e stavolta non vanificato.

Ma andiamo per ordine e iniziamo dall’accordo tra curdi e Assad. Un accordo difficile, accennavamo in altra nota, quasi impossibile. Eppure l’impossibile è avvenuto. E i curdi, lasciati soli contro l’avanzata dei turchi nel Nord-Est della Siria, hanno chiesto aiuto a Damasco.

Damasco nel Rojava

Le forze di Damasco sono entrate nel Rojava curdo, attestandosi in alcuni villaggi, in un posizionamento dinamico che deve tener conto anche delle mosse degli avversari: non cercano lo scontro con i turchi, per evitare una guerra diretta con Ankara.

Sosterranno i curdi e faranno argine, dovrebbe bastare. Ciò vuol dire che le forze turche hanno uno spazio di manovra limitato, che Erdogan tenterà di sfruttare al massimo, per arrivare a negoziati successivi, ai quali si arriverà, con in mano il massimo possibile.

In questo modo Assad ha fatto un passo per il ripristino dell’integrità territoriale siriana, anche se l’accordo con i curdi ad oggi è solo militare e tradurlo in chiave politica sarà complesso.

La mossa salverà la regione dal mattatoio annunciato, che in fondo andava bene a tanti. La macelleria dei curdi avrebbe permesso ai nemici di Trump di affossarlo.

Certo, di sangue ne scorrerà, ma è da tempo che ciò accade nel silenzio dei media. Infatti, da tempo jet turchi martellano i curdi, mentre l’aviazione americana faceva strame nella Siria meridionale contro l’Isis (ad es. raid turco nel marzo 2018, 30 civili morti; raid Usa del febbraio 2019, 50 civili morti, ma il catalogo è lungo…).

Così, se la crisi è a rischio, potrebbe però favorire la stabilizzazione della regione, ponendo fine allo stillicidio. Ma la vigilanza è d’obbligo.

Il doppio ritiro di Trump

Se si è arrivati a questa situazione è perché Trump ha forzato la mano. E, dopo aver ritirato solo le truppe al confine turco-siriano, ha deciso di ritirare anche quelle all’interno del Rojava.

Evidentemente, col primo ritiro Trump intendeva dare un segnale ai curdi, che non è stato colto, data la loro determinazione a resistere a tutti i costi da soli: l’intento ovvio era quello di spingere l’America a costringere il presidente a difenderli, dopo il primo sangue.

Da qui l’ordine di smantellamento successivo, che ha convinto i curdi che il presidente americano faceva sul serio e non sarebbe tornato sui suoi passi. Rimasti soli di fronte al nemico, i curdi hanno fatto l’unica mossa intelligente: accettare la mano tesa di Assad.

Assad quindi si è assunto il compito di salvare i curdi, il cui destino è pianto da  media e politici del mondo. Bizzarro, o forse no, ma questa disperazione non si è tramutata in sollievo per il suo intervento: per la narrativa mainstream, anche se davvero riuscirà a salvare i curdi, resterà il “puzzone” di prima. Tant’è.

Le minacce spuntate di Erdogan

Tanti fattori indicano che le mire turche saranno limitate. Un dettagliato articolo di Debka, sito con fonti nell’intelligence israeliana, spiega come l’esercito turco non ha la capacità di dilagare.

“Allo stato attuale delle cose – scrive Debka -, non ci sono segni di un imminente crollo curdo nelle prime fasi della spinta turca nella Siria nord-orientale. Sono ben preparati alla guerra con l’esercito turco e, armati con grandi scorte di armi fornite dagli Stati Uniti, stanno perseguendo le tattiche corrette per far fronte all’attuale minaccia”.

Il sostegno dell’esercito siriano e le spinte diplomatiche, e non solo, convergenti di Mosca e Washington faranno il resto.

Insomma, il caos siriano, al di là delle minacce altisonanti di Erdogan, non dovrebbe precipitare nel mattatoio annunciato. E, come recita il titolo di un’altra nota di Debka, “Il compito di fermare la Turchia [ora] passa da Trump a Putin”.

Se Washington e Mosca avessero concordato prima le loro mosse non è dato saperlo. Certo è che quando Trump ha dato l’ordine di ritiro, Mosca è stata informata per prima.

Putin in Arabia e le visite a Teheran

Putin, dunque, è ora il playmaker dello scacchiere siriano. Ma il suo viaggio in Arabia Saudita indica che si sta proponendo anche come mediatore della crisi più ampia tra Riad e Teheran.

Una crisi che vede sviluppi distensivi altri e alti. Domenica Imran Khan ha incontrato l’ayatollah Khamenei, il quale ha consegnato al primo ministro pakistano, che si recherà anche a Riad, una proposta per porre fine al conflitto tra i due Paesi.

A riferirlo è al Manar, che in altro articolo riferisce della visita segreta di 48 ore a Teheran di Tahnoun ben Zayed, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti (altro irriducibile avversario dell’Iran) e fratello minore del principe ereditario, l’uomo forte del Regno. Segnali importanti.

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