11 ottobre 2019

Imran Khan andrà a Teheran. Missili su una petroliera iraniana

la petroliera colpitaUna petroliera iraniana è stata colpita da due missili nel Mar Rosso. L’attacco è avvenuto al largo dell’Arabia Saudita e non è stato rivendicato. Gli allarmi di una fuoriuscita di petrolio e di un incendio a bordo, successivi all’evento, sono stati presto ridimensionati. Tutto sotto controllo.

L’attacco dimostra che ci sono attori regionali o internazionali determinati a creare un’escalation: Teheran avrebbe potuto reagire accusando l’Arabia Saudita dato che l’attacco è avvenuto al largo delle sue coste, ma ha scelto la moderazione.

L’accaduto dimostra altresì come sia stata artificiosa la narrativa sugli asseriti attacchi iraniani ad alcune petroliere in transito nello Stretto di Hormuz avvenuti nel passato.

Gli attacchi alle petroliere

Due attacchi, in particolare, hanno alimentato la tensioni tra Arabia Saudita e Iran. Val la pena ripercorrerli.

Il primo, avvenuto a maggio, è stato il sabotaggio di quattro petroliere al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, attribuito a Teheran.

Sul punto, i diretti interessati, ovvero gli Emirati, hanno sempre glissato, limitandosi, nella denuncia ufficiale all’Onu, a riferire di un attacco attribuibile, per la sua sofisticazione, a uno Stato nazionale, ma evitando di incolpare Teheran.

Un’omissione in contrasto con la narrativa ufficiale contro l’Iran e non spiegata da asseriti timori di Abu Dhabi di inimicarsi Teheran, dato che tale specifica, al contrario di quanto scritto e detto da tanti, non avrebbe comportato una ritorsione iraniana. Avrebbe semplicemente allineato, come altre volte, gli Emirati al coro Washington-Riad.

Ma a far innalzare al parossismo le tensioni, l’attacco del giugno scorso alla petroliera giapponese Kokuka Courageous, nel quale sono state usate, secondo la narrativa ufficiale, alcune mine magnetiche.

Anche questo è stato attribuito all’Iran, con smentite talmente evidenti che l’accusa risulta del tutto ridicola.

Il video farlocco

In una nota precedente, infatti, riferivamo l’artificiosità del video che “prova” le responsabilità di Teheran, quello che immortala dei pasdaran iraniani intenti a togliere dallo scafo della petroliera una mina inesplosa.

Al momento in cui è stato girato il video, infatti, sulla Kokuka Courageous vigilava la Marina americana, come recitavano i bollettini ufficiali della Us Navy (Piccolenote). Prossimità che rendeva impossibile l’approccio della barca iraniana alla petroliera.

A smentire l’accusa anche la presenza a Teheran del premier giapponese Shinzo Abe, al quale Trump aveva affidato la missione di avviare un dialogo con Teheran, silurato insieme al naviglio iraniano.

Se l’Iran non avesse voluto il dialogo non avrebbe avuto bisogno di attaccare la petroliera giapponese. Sarebbe bastato semplicemente non accogliere Abe…

Il silenzio assenso

Non solo, l’armatore della Kokuka riferì che la nave non era stata attaccata con mine magnetiche, ma da missili, come gli era stato riferito dall’equipaggio (Cbs). La sua testimonianza è stata relegata nel dimenticatoio, nonostante non sia mai stata smentita.

Avrebbe potuto smentirla l’equipaggio della Kokuka, da cui aveva appreso la circostanza, che invece non è mai stato interpellato né ha parlato del fatto nonostante fosse al sicuro da ritorsioni essendo stato tratto in salvo dalla Marina Usa (come da citati bollettini della Us Navy).

Il silenzio dell’equipaggio è assordante, oggi più di ieri. E suona di assenso alla ricostruzione dell’armatore.

Missili sulla pace

Se ripercorriamo questa storia non è solo per ribadire cenni del passato, ma perché l’attacco alla petroliera iraniana di oggi rispecchia quanto avvenuto realmente, e non nelle narrative pre-confezionate, alla Kokuka Courageous: come quella, è stata colpita da missili.

Una sorta di conferma postuma della ricostruzione dell’armatore, dato che indica che per colpire delle navi in movimento occorrono missili, essendo impossibile, quantomeno improbabile, piazzare delle mine magnetiche passando inosservati (peraltro sopra la linea di galleggiamento, vedi foto).

L’attacco alle due petroliere ha un’altra similitudine. Se la petroliera giapponese è stata colpita mentre era in corso un tentativo di distensione, con la visita a Teheran di Shinzo Abe, l’attacco alla petroliera iraniana avviene subito dopo l’annuncio del premier pakistano Imran Khan di una sua prossima visita a Teheran e Riad per riavvicinare i contendenti regionali.

Come il tentativo di Abe, anche il tentativo di Khan ha avuto un mandato da Trump (Reuters), che gli ha chiesto di mediare tra le parti. Insomma, qualcuno sta sabotando la pace tra Teheran e Riad a suon di missili.

L’attacco alla petroliera iraniana e la guerra turca

Sui responsabili dell’attacco non abbiamo certezze, almeno provabili. Non per questo non abbiamo alcuna certezza su quanto avvenuto.

Siamo certi, cioè, che tale sabotaggio sia oltremodo gradito a quegli ambiti che da tempo stanno alimentando, in vari modi, la campagna anti-iraniana.

Quei neocon che oggi criticano Trump per il suo ritiro dalla Siria, che ha esposto i curdi all’attacco turco. Come si vede, il loro interesse per le sorti degli innocenti è a fasi alterne, dato che tanti, troppi, innocenti sarebbero travolti in una guerra contro l’Iran.

Non che ci sia da rallegrarsi per la campagna militare di Erdogan, che lo stesso Trump peraltro ha definito “una cattiva idea“. Solo accennare alle complessità della geopolitica. E alle sue ipocrisie.

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