4 novembre 2019

Capitalismo 2.0: l'era della sorveglianza via web

di Matteo Guenci

Non solo la privacy, ma anche il nostro libero arbitrio viene minacciato dai giganti tecnologici, secondo il libro “The age of surveillance capitalism. The Fight For a Human Future at the New Frontier of Power”.

Pubblicato a gennaio 2019 da Shoshana Zuboff, sociologa e professoressa emerita della Harvard Business School, il libro dettaglia come le Big Tech si servano della tecnologia e della rete per prevedere i nostri comportamenti/bisogni e indirizzarli.

Ciò ha dato vita a una nuova forma di capitalismo, fondato sull’estrazione e sul commercio dei dati degli utenti del web, che la Zuboff definisce “capitalismo di sorveglianza”.

La genesi della sorveglianza

Il capitalismo di sorveglianza, secondo l’accademica, sarebbe un prodotto di Google, allargatosi poi a tutte le grandi realtà della Silicon Valley. Agli inizi del millennio il colosso americano, al fine di aumentare le entrate pubblicitarie, sfruttò il suo accesso a dati esclusivi, prodotti dagli utenti tramite l’uso del suo motore di ricerca.

Presto Google realizzò che tali dati “avrebbero potuto essere analizzati in base a modelli predittivi che avrebbero fornito degli indizi decisivi sugli interessi degli utenti […] a questi utenti potevano, infatti, essere indirizzati degli annunci pubblicitari mirati per condizionare i loro comportamenti come consumatori”.

Operazioni progettate in sordina – aggirando la consapevolezza dell’utente in modo da non produrre allarme o suscitare critiche – basate “su uno specchio unidirezionale: la sorveglianza”.

Queste operazioni, sviluppate dal 2001 nel più stretto segreto, hanno mostrato la loro efficacia quando Google è andato in borsa nel 2004, rivelando al mondo l’incremento delle sue entrate giunte a un livello incredibile; quasi il 4mila per cento.

Secondo le dichiarazioni della Zuboff, riportate da Gèraldine Delacroix su Mèdiapart (l’intervista tradotta in italiano si trova su effimera.org), ciò ha portato a una situazione senza precedenti: una trasformazione assoluta dei modelli del capitalismo.

Se è gratis, il prodotto sei tu

Aziende come Google, Facebook, chiamate genericamente “Big Other” dalla Zuboff, non hanno interesse per la classica forza lavoro, alla base del vecchio capitalismo, ma per “ogni aspetto dell’esperienza umana”, ormai “materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato, quello dei ‘mercati comportamentali a termine’… dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”.

I dati personali sono il nuovo “petrolio” del capitalismo via web e la loro estrazione ha dei costi irrisori. I profitti invece sono clamorosamente alti. Un meccanismo totalmente in mano ad aziende private.

Peraltro, l’estrazione di questa nuova materia grezza, a differenze dell’oro nero, non è limitata: i dati personali sul web sono destinati solamente ad aumentare.

La Zuboff ribadisce però che il capitalismo di sorveglianza non è la tecnologia stessa, strumento neutro, ma piuttosto una logica d’azione che induce a trasformare ciò di cui ci interessiamo, dove lo facciamo, quando e in che modo, in un “surplus comportamentale”.

Tale surplus sono i dati prodotti da una qualunque navigazione su Internet, in base ai quali è possibile tracciare un profilo sempre più preciso dell’utente; un’operazione che consente alle aziende di sapere cosa vuole e intuire cosa vorrà e cosa farà.

Dati che non dovrebbero esistere

Fonte di preoccupazione per la studiosa americana è l’idea dell’estinzione “della cosa più preziosa della natura umana”, cioè il libero arbitrio e la coscienza individuale. Visione apocalittica, certo, ma non astratta.

La simbiosi ormai inevitabile tra persone e accesso alla rete rappresenta, secondo la studiosa, un fattore che rende impossibile sfuggire a questa trappola, la cui soluzione non sta nella semplice riappropriazione dei propri dati personali, come accadrebbe con norme più rigide sullo spazio virtuale (benché auspicabili).

Da questo punto di vista, la Zuboff relativizza l’impegno profuso da tanti politici e intellettuali per introdurre tali norme, che probabilmente fanno sorridere le “Big Other”, dal momento che non toccano il punto nodale della questione, lasciando intatto il loro potere. Tali dati, infatti, non dovrebbero neanche esistere.

“Che interesse c’è ad avere dati che innanzitutto non dovrebbero esistere?” si domanda la Zuboff. La spinta per introdurre tali leggi, paradossalmente, “non fa che istituzionalizzare e legittimare ancora di più la raccolta dei dati. È come negoziare il numero massimo di ore lavorative quotidiane di un bambino di sette anni, piuttosto che contestare la legittimità del lavoro minorile”.

Si dice che domandare è lecito, rispondere è cortesia. Con il capitalismo di sorveglianza l’equazione rimane la stessa, ma cambiano alcune variabili: domandare al web (cui affidiamo non solo le nostre ricerche, ma anche affetti e svaghi) è certo lecito.

La risposta che ne otteniamo è una cortesia, ma solo apparente, in quanto rende vulnerabile chi si affaccia su internet, per lo più ignaro di lasciare dietro di sé informazioni sensibili e certamente all’oscuro del loro utilizzo finale.

Si tenga presente che le “Big Other” sono anche usate a scopi politici, come dimostrato ad esempio dalla Primavera araba. Da cui un allarme più stringente.

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