10 ottobre 2019

La Turchia contro i curdi siriani: una tragedia annunciata

forze armate della turchiaL’offensiva turca nel Nord-Est della Siria è iniziata. Dopo intensi bombardamenti, le forze di terra hanno attraversato il confine. Una nuova guerra ha inizio.

Il placet all’operazione è arrivato dopo una telefonata tra Erdogan e Trump il 7 ottobre, quando il presidente americano ha ceduto alle pressioni del suo omologo turco, che da tempo premeva per l’operazione.

Il compromesso sfumato

Da tempo Erdogan chiedeva una zona di sicurezza al confine turco-siriano, larga 30 km e lunga 480. Gli americani hanno tergiversato a lungo e solo quando Erdogan ha minacciato di invadere l’area hanno accettato un compromesso: un pattugliamento congiunto turco-americano per scoraggiare asserite minacce curde contro il territorio turco.

Ma è durato poco, troppe le contraddizioni: le non sopite mire di Ankara; l’opposizione neocon (avversi alla Turchia giudicata troppo vicina a Mosca), che hanno lavorato per depotenziare l’accordo; infine, l’insofferenza curda per l’infiltrazione turca nella regione.

Sfumato il compromesso, si è tornati all’opzione invasione, nuovamente minacciata da Erdogan. Una pressione alla quale Trump ha ceduto anche perché in linea con quel ritiro dalla Siria più volte da lui annunciato e vanificato dai suoi avversari interni.

Rompere la continuità territoriale curda

L’operazione turca non mira solo a creare una fascia smilitarizzata al confine e a soddisfare le mire di Erdogan sulla Siria.

Nella zona di sicurezza Ankara “costruirà enormi complessi abitativi che potrebbero ospitare i rifugiati rimandati dalla Turchia” (Haaretz).

Si tratta di insediare una popolazione araba “in case un tempo di proprietà dei curdi, alterando la struttura demografica della regione” (Haaretz).

Erdogan lo ha annunciato nella recente Assemblea generale delle Nazioni Unite, quando ha espresso l’auspicio di far rimpatriare 1.2 milioni di rifugiati siriani stabilitisi in Turchia.

L’insediamento di questa popolazione araba mira a spezzare la continuità territoriale delle comunità curde siriane (Rojava) e curde irachene (Kurdistan iracheno) e a isolare la minoranza curdo-turca da queste.

Ankara vuole porre fine per sempre al nazionalismo curdo, teso a creare uno Stato che riunisca le comunità curde disperse negli Stati succitati, che Erdogan percepisce come una minaccia esistenziale per il suo Paese (ritiene che innescherebbe un processo disgregativo in Turchia).

Un’aspirazione, quella curda, usata da tanti per i loro giochi, ultimi tra questi gli Stati Uniti, che hanno illuso i nazionalisti curdi per spingerli contro Damasco nel tentativo di conseguire il regimechange.

Per questo gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio esercito curdo (le Syrian democratic Forces contano oggi 70mila uomini), cosa che ha reso il pericolo di uno Stato curdo, percepito o reale che fosse, sempre più concreto agli occhi di Erdogan.

Insomma, tanti gli errori che hanno creato la nefasta situazione attuale.

In giallo il Rojava e il Kurdistan iracheno

La condanna internazionale verso la Turchia

Tutto il mondo condanna l’operazione turca. In realtà in America, più che criticare Erdogan, si attacca Trump: l’azione turca offre nuove possibilità alla lotta all’ultimo sangue contro la presidenza.

Gli avversari di Trump sperano che la rivolta dei repubblicani contro il ritiro siriano possa portarli ad ascoltare finalmente le sirene dell’impeachement, finora alquanto ignorate. Da questo punto di vista, più sarà cruenta la campagna turca, più se ne gioverà la lotta contro Trump.

Così stando le cose, negli Stati Uniti il conflitto rischia di restare confinato nell’ambito della lotta politica. Da parte sua, il presidente, dopo aver permesso l’operazione turca, non può tornare indietro: può solo vigilare perché non degeneri troppo.

Le proteste della Ue, già meno efficaci di quelle Usa, risultano ancor più depotenziate dalla minaccia di Erdogan di sommergere l’Europa di migranti, deterrente risultato finora alquanto efficace.

Così l’Occidente sembra destinato a restare a guardare la strage, come accadde per l’assedio di Kobane.

Peraltro il supporto dei tagliagole delle milizie turcomanne – già usate dai turchi nella guerra siriana – all’esercito regolare di Ankara non promette nulla di buono.

L’allerta di Siria e Iran

I curdi hanno dichiarato: “Siamo determinati a difendere la nostra terra a tutti i costi”, aggiungendo che saranno costretti a rilasciare i prigionieri dell’Isis (Sdf-Press). Un’aggiunta, quest’ultima, che suona come un’implicita minaccia al mondo, in risposta al gioco sporco subito (anche se fuori registro).

Gli unici Paesi che ad oggi possono intervenire appaiono Siria e Iran, appoggiati  dalla Russia, dato che l’aggressione turca porta nuova destabilizzazione nell’area.

Damasco e Teheran hanno indirizzato decisi moniti alla Turchia, e l’Iran ha anche mostrato i muscoli con un’esercitazione militare in grande scala (Fars agency).

Di ieri una telefonata di Erdogan a Putin, nella quale hanno concordato “sull’importanza di garantire l’unità e l’integrità territoriale della Siria e il rispetto della sua sovranità” (sito Cremlino). Indice che la Russia può frenare, ma non agire, se non a supporto di Teheran e Damasco.

La strage potrebbe essere evitata se i curdi chiedessero aiuto a Damasco. Ma dovrebbero rinunciare ai tanti sponsor internazionali che li hanno usati contro Assad. E accettare un’autonomia all’interno dello Stato siriano, rinunciando al loro Stato. Difficile.

Ad oggi, a stare al loro comunicato ufficiale, si attestano sulla difesa strenua. Confidano cioè nel supporto pregresso, ma, soprattutto, sperano che il precipitare del disastro umanitario possa far decidere la Comunità internazionale a fermare i turchi. Può accadere, ma anche no. E se accadrà, sarà a disastro avvenuto.

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