9 ottobre 2019

La Turchia in Siria rischia il Vietnam

L’offensiva turca contro i curdi nel Nord-Est della Siria è pronta. I turchi hanno iniziato i bombardamenti che anticipano l’ingresso delle truppe. E oltre al territorio siriano i suoi jet hanno preso di mira il Sud dell’Iraq, anch’esso controllato dai curdi, con mossa che indica gli ampi obiettivi di Ankara.

Trump ha dato ordine ai militari americani di non interferire, ma ha anche aggiunto che ha posto dei limiti all’azione ad Ankara e se essa farà qualcosa che riterrà off limits è pronto a obliterare l’economia turca (Cnn). Luce verde limitata, insomma.

Ritiro… limitato

Peraltro, tanti scrivono di un ritiro limitato: in realtà sono stati rimossi un centinaio di elementi delle forze speciali americane al confine siro-turco, ridispiegate nelle basi interne al territorio (al Manar). Un ritiro invero più propagandato che reale.

Erdogan ha risposto con supponenza alla minaccia, ma la terrà presente. Così resta da capire come si svilupperà l’offensiva: i turchi potrebbero limitarsi a creare una fascia di sicurezza a ridosso dei confini turchi o dilagare. Per cercare di capire vanno osservati vari elementi.

L’Agenzia iraniana Fars annota che russi e siriani hanno intensificato la loro presenza ad Aleppo e a Mambij, territorio, quest’ultimo, controllato dai curdi. Mosse che indicano che Damasco non starà a guadare e che i russi la sosterranno.

Non si avrà uno scontro frontale, ché i turchi non sfideranno Mosca, ma è ovvio che i siriani cercheranno di controllare quanto oggi sembra incontrollabile.

Sia l’Agenzia Fars sia il New York Times informano che ci sarebbero, o ci potrebbero essere, dei colloqui tra curdi e Damasco. Si potrebbe ripetere quanto avvenne per Mambij, quando i siriani si interposero tra curdi e turchi, fermando l’avanza dell’esercito di Ankara, grazie anche al sostegno russo.

Ma tale sviluppo è arduo, anche se certo colloqui ci sono e ci saranno. È ancora troppo forte la spinta internazionale anti-Assad: un accordo tra curdi e Damasco riporterebbe la Siria alla sua piena integrità territoriale, sarebbe il trionfo di Assad. Sviluppo inaccettabile per quanti nel mondo hanno lavorato per il regimechange.

Il Consiglio democratico siriano, organismo che rappresenta i curdi del Nord-Est del Paese, si è limitato a diramare un appello alla Comunità internazionale chiedendo sostegno dopo il voltafaccia americano, immemore dei sacrifici che le milizie curde hanno fatto per contrastare l’Isis e le forze anti-americane della regione (Sdf-press).

Argomenti usati anche da quanti, in America, criticano aspramente il passo di Trump. E sono invero tanti i critici, sia repubblicani che democratici. Proteste che non sembrano turbare il presidente, che va diritto per la sua strada, ricordando il ruolo importante che Ankara svolge nella Nato. Ma le terrà presente, non può inimicarsi anche il suo partito.

I rischi di Ankara

Altro spettatore interessato è l’Iran, che per bocca del suo ministro degli Esteri, Javad Zarif, ha ammonito che Teheran si “oppone a un intervento militare in Siria” e, dopo aver ammonito Ankara a “rispettare l’integrità territoriale siriana“, ha dichiarato che “l’operazione della Turchia in questa regione sarebbe temporanea”.

Insomma, tanti fattori e tanti attori ostacolano un’operazione ad ampio raggio. Peraltro Erdogan sa perfettamente che non può permettersi il lusso di imbarcarsi in una guerra che potrebbe riservargli bruttissime sorprese.

Rovesci imprevisti, anzi più che prevedibili, metterebbero a rischio la sua stessa presidenza.

E se certo non lo ha letto, deve aver ben presente quanto recita il titolo di un articolo del National Interest: “La Siria potrebbe diventare il Vietnam turco”.

Peraltro il rischio del riacutizzarsi del confronto interno con la minoranza curda è sempre vivo.

Certo, Erdogan ha aspetti di megalomania che associa a una grande spregiudicatezza, ma in passato ha anche dato prova di pragmatismo. Vuole una vittoria da celebrare, non rischierà la disfatta.

Va peraltro ricordato che i russi, coi quali Ankara è legata, non sono affatto assenti dalla scena. Così Russia Today: “Il segretario alla Difesa americano Mark Esper ha chiamato lunedì il suo omologo russo Sergey Shoigu, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciava il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria nord-orientale”.

Non si sa nulla di quanto si siano detti, ma certo qualche accordo Russia-Usa c’è stato. E non di poco conto.

Presto Trump vedrà Erdogan in un incontro che dovrebbe riparare i rapporti tra Ankara e Washington, logorati dal conflitto siriano e dall’acquisto degli S-400 russi da parte dei turchi (che ha irritato gli Usa). Il presidente turco non potrà presentarsi con le mani sporche di sangue (almeno di troppo sangue).

Tutti questi fattori indicano che la criticità dovrebbe essere controllata e non dovrebbe alterare troppo i precari equilibri regionali. Ma il condizionale è d’obbligo.

Di interesse, infine, una nota di al Manar, che ironizza sul come il leader di Hezbollah avesse previsto che gli americani, dopo averli usati contro Damasco e l’Iran, avrebbero abbandonato i curdi al loro destino.

Ci sarebbe da dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma la criticità ad oggi non permette ironia, necessita vigilanza.

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