5 ottobre 2019

Il climate-change come arma di distrazione e distruzione di massa

Il climate-change come arma di distrazione di massa. Questo il senso di un articolo di Anshel Pfeffer su Haaretz, che commenta una dichiarazione sull’ultima assemblea generale dell’Onu di Danny Danon, ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite.

Il climate-change, ha dichiarato Danon, “è importante e dovremmo discuterne di più, ma, dal nostro punto di vista, un grande risultato è che Israele non sia stato messo discussione” in tale sede.

Vero, in genere alle assemblee dell’Onu c’era sempre posto per dibattere della crisi israelo-palestinese, cosa non avvenuta nell’ultima sessione plenaria.

Il fatto è che “in un mondo ideale – scrive Pfeffer – dovrebbe essere possibile combattere per due cause contemporaneamente; chiedere un’azione urgente sul clima e allo stesso tempo giustizia per i palestinesi”.

Climate-change o dark climate

“Ma la triste verità è che, indipendentemente da ciò che dicono i teorici dell’intersezionalità [la capacità di attendere a differenti ingiustizie contemporaneamente, ndr.], l’intervallo di attenzione umana è limitato e non tutte le ingiustizie possono essere combattute nello stesso tempo”.

Non solo, “i livelli di attenzione e di energia speso per determinate questioni raramente sono commisurati alla loro reale importanza e rilevanza nello schema generale delle cose”.  Da qui, la possibilità, anzi la triste realtà, che la causa del climate-change oscuri questioni umanitarie ben più tragiche.

E ancora, sempre riferendosi al quadro della criticità israelo-palestinese, Pfeffer rileva che, al contrario dei nazionalisti Usa, che con Trump relativizzano fin troppo la questione ambientale, i nazionalisti israeliani potranno invece usare questa “causa” per presentarsi come salvatori del mondo.

Così Pfeffer: “Preparati, dunque, per future campagne di pubbliche relazioni che reclamizzano i metodi rivoluzionari [israeliani] della gestione delle risorse idriche e delle reti di energia solare all’avanguardia”, tecnologie che peraltro Tel Aviv possiede, annota Pfeffer, il quale fa però rilevare all’opposto l’inquinamento ad opera di alcune imprese israeliane, che sarà ovviamente tacitato.

Ancora più interessante il cenno successivo, nel quale il cronista israeliano scrive: “Non sorprenderti se, tra un paio d’anni, la soluzione per i guai di Gaza sarà ‘mascherata’ in termini ambientali, piuttosto che politici, e se Hamas sarà accusato di provocare un disastro ecologico”.

Rilievi intelligenti quelli di Pfeffer, che hanno un orizzonte ben più ampio della criticità israelo-palestinese, per la quale, peraltro, va specificato – come fa il cronista – che il suo oscuramento non va addebitato solo all’emergenza climatica. Tante e diversificate le cause dell’oblio.

Ma resta vero che il climate-change può e sarà usato per distrarre da emergenze umanitarie ben più gravi. E anzi, chi gestisce l’agenda della protesta, che non è certo l’adolescente Greta Thunberg, potrà usarlo contro suoi nemici o percepiti tali.

L’emergenza ambientale strumento di pressioni politiche

Al futuro Gheddafi di turno – cioè un Capo di Stato che non risponde a certo potere –  non saranno addossate solo mancanze sul piano dei diritti umani, ma anche sul piano ambientale.

Non solo i crimini contro il suo popolo, come avvenuto in maniera strumentale per il Colonnello libico (vedi National Interest), ma anche contro l’ambiente, per rappresentare il reprobo come una minaccia per la sopravvivenza stessa del pianeta.

Un po’ quel che è avvenuto di recente, in termini minori, per il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, additato come un criminale globale per l’incendio divampato in Amazzonia.

Accuse utili a mettere in crisi figure e Paesi invisi al potere globale, quello che agita lo spettro del pericolo ambientale, anche solo per costringerli a fare certe scelte piuttosto che altre.

Ad esempio per spingerli a spendere i soldi pubblici per rendere le proprie imprese meno inquinanti piuttosto che per produrre sviluppo per i suoi cittadini, per creare in tal modo malcontento nel Paese stesso, utile per un eventuale cambio di regime (soft o hard che sia).

L’emergenza ambientale può essere usata anche in altro modo: non è certo casuale che gli attivisti del climate-change abbiano annunciato una manifestazione volta a chiudere il centro di Londra, protesta che segue il tentativo di spruzzare della vernice rossa sul ministero del Tesoro.

Il blocco di Londra servirà a disturbare il conducente, ovvero Boris Johnson: ne assorbirà attenzione ed energie, sottratte così alla sua azione politica in un momento tanto decisivo per la Brexit.

Si tenga presente che quanti remano contro la Brexit finora hanno usato tattiche dilatorie. Più il tempo passa senza che il referendum venga attuato, più i suoi fautori, logorati, potrebbero essere tentati di rinunciarvi, data l’impossibilità di concretizzarlo.

Né sfugge che un movimento che dovrebbe essere apolitico sia diventato invece un attore politico: basta vedere le recenti elezioni austriache, dove lo spettro del cosiddetto populismo è stato esorcizzato dall’avanzata dei Verdi.

Insomma, il climate-change può essere usato, e sarà usato, in vari modi. Non si butta niente, come il maiale.

Ps. Sottrarre i temi ambientalisti a certo potere sarà compito ingrato, ma necessario, dato che sono drammaticamente reali.

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