2 ottobre 2019

Gli scontri di Hong Kong oscurano i 70 anni della Cina

incendio Hong KongCome previsto, la giornata in cui Pechino ha celebrato il 70° della nascita della Repubblica popolare cinese è coincisa col picco delle proteste a Hong Kong.

I manifestanti hanno alzato il livello dello scontro. Un’escalation cui ha contribuito il colpo di pistola esploso da un poliziotto contro un giovane (condizioni critiche, ma per fortuna sembra che si salverà). Il video della sparatoria ha fatto il giro del mondo (ma solo la parte del colpo di pistola).

Gli ambiti che hanno alimentato le proteste di Hong Kong possono dirsi soddisfatti: la mission di oscurare la celebrazione cinese è riuscita.

I messaggi della celebrazione cinese

Xi Jinpng voleva inviare al mondo un messaggio di stabilità e potenza. Mostrare che la Cina può sostenere il confronto con gli Stati Uniti, più subito che cercato (vedi New York Times: “Un nuovo pericolo rosso sta rimodellando Washington“).

Da qui l’imponente sfoggio militare: fiore all’occhiello i nuovi missili nucleari intercontinentali Dongfeng 41, a indicare che se guerra sarà, come profetizzato da qualche dottor stranamore, non sarà limitata al Mar cinese meridionale.

Ma la spettacolare manifestazione doveva servire anche a scrollarsi di dosso l’identificazione della Cina con il Bogeyman (“Uomo nero”) internazionale: “La Cina continuerà a percorrere la via dello sviluppo pacifico”, ha infatti detto Xi.

Propaganda, certo, ma significativa di una percezione e di una prospettiva. Frustrata, almeno in parte, da quanto avvenuto a Hong Kong, territorio che la Gran Bretagna strappò alla Cina grazie alla guerra iniziata per continuare a trafficare l’oppio (utile ricordarlo quando si rammenta che era ex colonia britannica).

Hong Kong brucia

La città è stata letteralmente messa a ferro e fuoco, “una scia di distruzione in tutta Hong Kong” accenna un titolo del South China Morning Post, che riporta le immagini di ragazzi armati di bastoni e bombe molotov.

Nell’articolo anche la parte del filmato che ha preceduto lo sparo: l’aggressione gratuita contro un agente di polizia isolato, il pestaggio selvaggio, quindi l’intervento del collega armato.

A imperversare per Hong Kong, per lo più ragazzi vestiti di nero e attrezzati alla guerriglia urbana che ricordano, non certo a caso, i famigerati black block, temuti dalla polizia di tutto il mondo.

Tanti gli scontri, che ricordano quanto avvenne al G8 di Genova, che attirò proteste contro il potere incarnato dai leader mondiali intervenuti nella città ligure allora, contro il potere di Pechino ieri.

Analogia Genova

A imperversare sono ragazzi nerovestiti, tra i quali alcuni usi e addestrati alla devastazione. Anche a Genova ci scappò il colpo di pistola, e fu la morte del povero Carlo Giuliani.

Ieri, per fortuna, la tragedia è stata evitata, ma resta lo sparo nefasto, destinato ad alzare il livello dello scontro.

A Genova i colleghi difesero l’agente perché avrebbe sparato per legittima difesa (molto controversa).

In una nota, Xinhua riferisce la posizione analoga della polizia di Hong Kong: l’agente che ha sparato avrebbe intimato l’alt agli assalitori del collega a terra, poi, colpito al braccio armato – come si vede nel filmato virale -, il colpo.

La sequenza forse non giustifica, ma spiega più del video (parziale) che turbina nel web. A differenza di quanto accadde a Genova, non c’è stata alcuna Diaz a Hong Kong: lo scontro è stato limitato alla piazza, nessuna repressione postuma.

Mentre per Genova tutto l’Occidente fu solidale con le forze di polizia, pur con distinguo, a Hong Kong è l’opposto.

D’aItronde i ragazzi chiedono l’indipendenza sventolando bandiere Usa e partecipando così delle linee guida della strategia di contrasto alla Cina.

Uno dei leader della protesta, Joshua Wang, e il falco Usa Marco Rubio

Hong Kong & Neocon

Pechino non potrà mai accettare l’indipendenza. Da qui uno scontro duraturo, meglio una guerra senza fine, per richiamare l’idea dei conflitti propria dei neoconservatori Usa, non certo estranei ai tumulti (sul punto vedi anche Bloomberg, la visita di Jimmy Lai negli Usa per incontrare Pompeo, Pence e Bolton).

A soffrirne la capitale finanziaria della Cina, con grave nocumento per la finanza globale, che già rischia il collasso. Miopia di certi ambiti che pagheremo tutti.

Gli sviluppi della guerra di Hong Kong sono imprevedibili. La grande domanda, che circola da tempo, è se prima o poi la Cina interverrà con tutta la sua forza. Difficile, dato il precedente di Tienanmen.

Sul punto un analista cinese (riferimento web dimenticato, spiace) richiamava una massima di Sun Tzu nell’Arte della guerra, che spiegava che la più grande vittoria è quella che si ottiene senza combattere.

Massima che a Pechino hanno ben presente. Così cercheranno di contenere il conflitto, di marginalizzarlo, per logorarne la forza. Dall’altra parte, quanti alimentano lo scontro cercheranno di tenere aperta la ferita per logorare a loro volta Pechino. Sperando segretamente in un’escalation che inneschi la fase Tienanmen, che perderebbe il mondo alla Cina.

Sia come sia, se non si troverà una via di uscita, di Hong Kong resteranno solo macerie. Tale la prospettiva insita nell’acritico – o interessato – tifo internazionale in favore del ’68 in salsa pechinese.

Jimmy Lai, uno degli sponsor delle proteste, e l’ex Consigliere nazionale Usa, il superfalco John Bolton

 

 

 

 

 

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