30 settembre 2019

Il principe saudita: la guerra all'Iran? Una catastrofe

Il principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman ha affermato che una guerra contro l’Iran sarebbe una “catastrofe”. “Le forniture di petrolio sarebbero interrotte – ha detto in un’intervista alla CBS – e l’oro nero raggiungerebbe prezzi inimmaginabili, come mai visto prima d’ora”.

“La regione produce circa il 30% del fabbisogno energetico mondiale – ha aggiunto -, rappresenta il 20% circa del transito commerciale globale e circa il 4% del Pil mondiale”. Se tutto ciò si bloccasse tutto insieme produrrebbe “un collasso totale dell’economia globale, non solo dell’Arabia Saudita o dei Paesi del Medio Oriente”.

L’intervista di Bin Salman

Considerazioni ovvie, ma è la prima volta che il principe saudita, uno dei protagonisti della crisi iraniana, si lascia andare a tali riflessioni, che ha concluso con un appello al mondo perché l’asserita minaccia iraniana venga contrastata in maniera più efficace, unico modo per evitare ulteriori escalation.

Conclusione paradossale, perché ciò non farebbe che incrementare i rischi escalation, aumentati infatti esponenzialmente da quando, nel maggio 2019, gli Usa hanno inviato navi e B-52 nel Golfo Persico. Ma tant’é.

Resta che nell’intervista, il principe dichiara di preferire una “soluzione politica alla crisi”.

Probabile che a spingere il principe a lanciare l’allarme sia stata la necessità di far pressioni su Trump, per convincerlo ad ingaggiarsi maggiormente nella difesa dei sauditi, dato che l’alleanza tra i due Paesi sembra scricchiolare.

Ma al di là delle motivazioni, restano le considerazioni, alle quali vanno aggiunti  altri pericoli globali, forse più gravi, non menzionati, ma altrettanto importanti.

La “catastrofe”

Una guerra all’Iran comporterebbe automaticamente un ingaggio di Hezbollah e di tutte le milizie sciite sparse in Iraq e Siria. Non una guerra limitata, dunque, ma ad ampio raggio, alla quale gli europei, anche nolenti, sarebbero costretti a partecipare una volta che il sangue americano iniziasse a scorrere (e accadrebbe).

Inoltre, se la destabilizzazione causata dalla guerra in Iraq ha continuato a incidere per decenni sul Medio oriente e sul mondo – basti pensare che dalle ceneri della guerra è nato l’Isis -, si può solo immaginare cosa accadrebbe con la destabilizzazione di tutto il Medio oriente.

Né va dimenticato il rischio che la guerra inneschi un attacco nucleare, dato che il conflitto danneggerebbe sicuramente Israele e potrebbe portare all’affondamento di navi americane, Paesi dotati di bombe atomiche. La reazione ad attacchi iraniani troppo incisivi potrebbe infatti risultare spropositata.

Si tratterebbe della prima guerra nucleare vera e propria (Hiroshima e Nagasaki furono coda velenosa del conflitto, non evento centrale).

Trump: “Non voglio la guerra”

Tale follia deve essere fermata e non c’è altro modo che un accordo con l’Iran. Trump lo sta cercando, ma incontra forte contrasto.

Venerdì scorso, in un intervento presso la comunità ebraica in occasione della festa di Rosh Hashanah – capodanno ebraico -, il presidente Usa ha ribadito: “Non voglio un intervento militare contro l’Iran“.

Data la scarsa possibilità di manovra dell’inquilino della Casa Bianca, risultano cruciali le mediazioni di terze parti.

Tante le mediazioni in corso, anche se la tempesta che ha investito la Casa Bianca – cioè l’impeachement (vedi nota precedente) – ha mandato all’aria le opportunità offerte dall’Assemblea generale dell’Onu che si è svolta a New York a fine settembre.

Ai tanti i mediatori all’opera, si era aggregato in extremis Imran Khan, ingaggiato dallo stesso Trump.

Il presidente del Pakistan potrebbe svolgere un ruolo non indifferente – dati gli intensi legami tra Islamabad e Riad – per convincere i sauditi ad accettare i ramoscelli di olivo offerti sia da Teheran che dagli Houti (vedi nota).

Ma ad oggi tutto è bloccato. Un po’ come l’aereo di Khan, che, ripartito da New York, è dovuto tornare indietro per un guasto.

Il presidente pakistano è stato così costretto a tornare in patria con un volo di linea, abbandonando il jet privato di Mohamed bin Salman, che il principe gli aveva dato per recarsi all’Assemblea dell’Onu. Sfortuna.

Riferiamo una notizia odierna in linea con le parole del principe saudita: Ali Rabiei, portavoce di Hassan Rouhani, ha affermato che l’Arabia Saudita, tramite Paesi terzi, ha inviato messaggi distensivi al presidente iraniano.

“Se l’Arabia Saudita sta davvero perseguendo un cambiamento di comportamento, l’Iran lo accoglie con favore”, ha commentato Rabei.

 

Ps. Di oggi un rovescio imprevisto per Riad nella guerra in Yemen. In un’operazione militare gli houti hanno conseguito una vittoria senza precedenti, catturando circa 2mila soldati nemici.

L’episodio evidenzia le più che efficaci capacità militari dei ribelli, conferma postuma della loro possibilità di attaccare la compagnia petrolifera Aramco, al centro di tante controversie.

Ne accenniamo perché tanti analisti hanno evidenziato che quell’attacco era troppo sofisticato per essere opera degli houti, da cui la responsabilità iraniana.

Infine, va notato che gli houti, oltre a sospendere gli attacchi in territorio saudita e a chiedere l’inizio di negoziati con Riad – iniziativa giudicata “positiva” da Bin Salman nell’intervista citata – hanno fatto un altro gesto distensivo, liberando, unilateralmente, centinaia di prigionieri (vedi foto in basso).

 

 

 

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