27 settembre 2019

L'impeachement travolge le possibilità di pace Iran-Usa

L’assemblea generale della Nazioni Unite di fine settembre si era aperta nel segno della speranza. Tante le opportunità per risolvere la crisi mediorientale, ma tutto è naufragato a causa dalla marea montante che sembra dover sommergere la presidenza Trump.

L’Iran aveva offerto un ramo d’ulivo al mondo. Giunti a New York sul tavolo degli imputati, accusati di asserite nefandezze, i rappresentati di Teheran avevano esposto un piano per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz denominato “Hope: Hormuz Peace Endeavour”.

L’iniziativa “Speranza” prevede che a garantire la sicurezza dello Stretto, nodo cruciale dello scontro Iran-Usa, siano i Paesi della regione, creando dunque le basi di una cooperazione tra Arabia Saudita e Iran, principali antagonisti della crisi.

La Hormuz Peace Endeavour, alla quale Trump aveva dichiarato la propria apertura, sostituirebbe l’attuale coalizione internazionale a guida Usa, che più che garantire la pace accresce la pressione contro Teheran e i rischi guerra.

Non solo, il presidente Rouhani, appena giunto a New York per la plenaria Onu, aveva dichiarato ai giornalisti che l’Iran era aperto a “piccoli cambiamenti, aggiunte o emendamenti” all’accordo nucleare siglato a suo tempo con Obama e stracciato da Trump (su pressione neocon).

Un’apertura che andava nella direzione giusta, dato che Trump ha più volte dichiarato che vuole un nuovo accordo e che, alla vigilia dell’assise, aveva plaudito l’idea di Boris Johnson per un “Trump deal” con Teheran (New York Post).

Inoltre, alle Nazioni Unite, tanti leader internazionali hanno indossato le vesti di pompieri, tentando vie di pace tra Usa e Iran: dal presidente francese Emmanuel Macron al premier giapponese Shinzo Abe a quello pakistano, Imran Khan, il quale ha affermato di aver ricevuto una sorta di mandato in tal senso dallo stesso Trump.

Passi distensivi si erano registrati anche nella crisi yemenita, strettamente legata a quella iraniana dati i rapporti tra i ribelli houti e Teheran.

Prima dell’assise Onu, gli houti avevano annunciato la sospensione degli attacchi in territorio nemico per favorire un rilancio dei negoziati di pace con sauditi ed emiratini.

Tutto vanificato: la crisi iraniana non ha registrato nessun attutimento e la guerra in Yemen prosegue come prima, forse peggio.

Dall’attacco all’Aramco, le bombe della coalizione internazionale a guida saudita sono cadute molto più numerose sullo Yemen.

Inoltre, l’agenzia al Manar riferisce uno sviluppo ancor più nefasto: le truppe degli Emirati Arabi Uniti sarebbero tornate in territorio yemenita, dopo il ritiro di alcuni mesi fa.

È evidente che sauditi ed emiratini si sentono più “coperti”. Dopo le accese reazioni internazionali suscitate dall’attacco all’Aramco, sperano che il proprio territorio nazionale sia al riparo da missili e droni nemici.

Sperano cioè di poter continuare a far strage in Yemen, come avvenuto finora, godendo di una sorta di impunità. Calcolo presumibilmente errato, dato che gli houti non sembrano affatto disposti a subire senza difendersi.

L’onda anomala che ha investito la presidenza Trump, che vacilla sotto la minaccia di un impeachement (che vede la convergenza del partito democratico e dei neocon), ha impedito al presidente americano di accedere a tali possibilità.

Iniziative distensive, infatti, hanno sempre offerto ai suoi nemici il destro per accusarlo di debolezza e quindi di affievolire il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, se non addirittura di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale del Paese.

Occasione mancata, dunque, alle Nazioni Unite. Le ferite iraniana e yemenita restano aperte e le possibilità di un incidente dalle conseguenze disastrose aumentano.

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