26 settembre 2019

L'impeachement e il ritorno della Clinton

Mentre monta la polemica contro Trump e forte spira il vento dell’impeachement,  il presidente Usa si incontra con quello ucraino Volodymyr Zelensky, suo interlocutore della telefonata che ha suscitato tale putiferio.

Una telefonata – il cui report è stato reso pubblico ieri – in cui il presidente Usa chiedeva di riavviare l’inchiesta per corruzione sul figlio di Joe Biden, aperta in Ucraina e chiusa dopo un intervento del padre, allora vicepresidente.

Le ingerenze di Biden e le pressioni di Trump

Ingerenza indebita della quale Biden si è peraltro vantato pubblicamente, spiegando di aver minacciato Kiev che, se non avesse rimosso il procuratore che stava indagando il figlio, avrebbe bloccato un prestito da 1 miliardo di dollari (qui il video).

Nella telefonata incriminata, Trump chiedeva a Zelensky di indagare sull’oscura vicenda. Richiesta che può apparire legittima, dato che si configura uno scandaloso abuso, anche se politicizzata, perché Biden è suo avversario politico.

Ma la carta forte in mano ai nemici di Trump, ne accennavamo in altra nota, è che la richiesta per riavviare l’inchiesta sul figlio di Biden sarebbe stata accompagnata da “pressioni“: il presidente Usa avrebbe cioè minacciato di negare a Kiev le armi promesse dagli Usa.

Alto tradimento, secondo i suoi avversari, dato che queste servivano a Kiev per difendersi dalla minaccia russa, potenza nemica di Washington. Da qui la richiesta di impeachement.

Zelensky, durante il summit con Trump, ha negato le asserite “pressioni”, precisazione che dovrebbe far cadere il reato di alto tradimento. Condizionale d’obbligo, dato che la marea anti-Trump è fortissima.

Peraltro, va notato che i media si soffermano su tale presunto favore, derubricando a secondaria la richiesta più importante avvenuta nel corso della stessa telefonata, quando Trump chiede esplicitamente un “favore”, parola non pronunciata nell’altra richiesta.

Nella conversazione telefonica, infatti, Trump chiede a Zelensky il “favore” di far chiarezza sull’attività della CrowdStrike in Ucraina.

La CrowdStrike

La CrowdStrike è la società di cybersecurity che indagò sull’hackeraggio dell’archivio del partito democratico, nel quale furono rubate compromettenti mail di Hillary Clinton.

Un’inchiesta che portò ad accusare i russi, innescando così il Russiagate, narrativa tesa a dimostrare che Trump fu eletto grazie a Mosca.

Allora la CrowdStrike portò all’Fbi, l’Agenzia investigativa competente, i risultati delle proprie indagini, ma non le prove materiali, cioè il server utilizzato per l’attacco informatico.

Nella telefonata a Zelensky, a proposito della CrowdStrike, Trump dice: “il server dicono che ce l’abbia l’Ucraina”… da qui lo sprone a indagare.

Si tratta di una tesi che da tempo gira sul web, etichettata come “cospirazionista”, secondo la quale l’analisi del server proverebbe che l’attacco hacker sarebbe stato opera del gruppo di Assange (wikileaks) e non di Mosca.

Di interesse notare che la CrowdStrike fu ingaggiata e finanziata dai nemici di Trump, ovvero il partito democratico, e che l’Fbi si è limitata a recepire i risultati di tale inchiesta senza far verifiche, come spiegava James B. Comey, allora direttore dell’FBI, che ha definito la CrowdStrike un “sostituto adeguato” all’Agenzia (New York Times).

Il ritorno della Clinton

Poco citata dai media, la richiesta di Trump deve aver suscitato preoccupazione in ambito clintoniano. Si spiega anche così l’accanimento con il quale la rinata Clinton chiede l’impeachement di Trump.

Ad oggi nessun analista immagina che l’impeachement possa concretizzarsi. Seppure si facesse in tempo ad avviare la procedura e a far votare il Congresso prima delle presidenziali del 2020, cosa da vedere, appare difficile che l’impeachement possa essere approvato dal Senato.

Perché ciò accada, serve la maggioranza dei tre quarti dei senatori e, dato che la maggioranza appartiene ai repubblicani, dovrebbero votarlo tanti di questi. Arduo.

Ma gli avversari di Trump sperano che, avviando il procedimento, potranno condurre una campagna elettorale con un presidente sul banco degli imputati. Può pagare.

Detto questo, la spinta per l’impeachement, al di là dei suoi esiti, sembra destinata a mietere vittime insospettabili, nel partito democratico.

Secondo il New York Times, infatti, i candidati democratici alla Casa Bianca che godono di maggiore attenzione mediatica potranno giovarsi di una corsa imperniata sulla richiesta di impeachement, mentre quelli meno mediatici potrebbero “sparire dai radar”.

Se ne avvantaggerebbero, dunque, Elizabeth Warren e Joe Biden a scapito di Bernie Sanders e degli altri candidati radicali.

Se poi il video in cui Biden si vanta di aver salvato il figlio rendesse questi troppo esposto agli attacchi di Trump, se ne avvantaggerebbe la sola Warren. Il candidato favorito dalla Clinton.

A volte ritornano, ma la partita è ancora aperta.

Ps. Il ritorno della Clinton si è manifestato in Italia, con la visita a Cernobbio nella quale ha espresso posizioni fortemente anti-iraniane. Preceduta da una tappa a Venezia, invitata a una strana mostra in cui erano esposte le sue mail, derubricate a sciocchezze, che lei ha sfogliato accomodata dietro una scrivania “presidenziale“.

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