24 settembre 2019

Israele. Lo stallo si muove: si va verso l'unità nazionale

Netanyahu, Lieberman e GantzPer una coincidenza temporale, che forse non è solo tale, va registrato che lo stallo sulla crisi iraniana coincide con lo stallo del quadro politico di Israele. Netanyahu non ha vinto e gli è negata la possibilità di formare un governo di destra a forte caratterizzazione religiosa.

L’ipotesi di un governo di unità nazionale che veda la convergenza del suo Likud e del partito del rivale Benny Gantz, Kahol Lavan, resta l’unica via percorribile e alcuni passi in tal senso sono stati fatti nei primi approcci tra i due contendenti e il presidente israeliano Reuven Rivlin.

Per Lieberman, kingmaker del gioco politico israeliano, tale ipotesi “è una certezza” e vedrà la convergenza del suo partito, Israel Beitenu, costola destra di Kahol Lavan.

Tutto sarebbe fatto, secondo Liberam, si tratta solo di risolvere il nodo del primo ministro, ovvero se sarà Gantz o Netanyahu, questione “infantile” a suo giudizio.

Si apre cioè la via di un compromesso che vede Netanyahu sopravvivere a sé stesso. Sarebbe una vittoria del premier israeliano, dato che sia Gantz sia Lieberman, e la sinistra con loro, hanno sostenuto una campagna elettorale nel segno di una sua dipartita dalla politica.

Ma, insieme, anche una sconfitta, come spiega Jeffrey Halley sulla Reuters: il tempo del regno incontrastato di Netanyahu, cioè “solo Bibi”, “non è più”: si cerca “un accordo nel segno della condivisione del potere”.

Se l’opinione di Lieberman non va sottovalutata, data la sua innegabile intelligenza politica, la via del compromesso ha però tante complessità da risolvere, prima fra tutte la natura del nuovo governo.

Il regno di Bibi è stato caratterizzato da una forte influenza dei partiti a carattere religioso, che Kahol Lavan e Israel Beitenu hanno criticato in nome di un ritorno della politica israeliana al secolarismo, o laicità che dir si voglia.

Nodo arduo da sciogliere, che però evidentemente Lieberman immagina possa risolversi grazie a un accordo che veda Netanyahu garante degli interessi dell’ambito ultra-ortodosso, ma anche moderatore dello stesso.

Un accordo simile, oltre a garantire la governabilità e scongiurare la terza elezione consecutiva, dovrebbe impedire pericolose tensioni, evitando così il ripetersi di lotte intestine analoghe a quelle che portarono all’assassinio di Yitzhak  Rabin il 4 novembre 1995.

Proprio dell’omicidio politico del generale prestato alla politica si è tornato a parlare in questi giorni, grazie al film di Yaron Zilberman, che ripercorre la storia del suo assassinio, pellicola pluripremiata all’Ophir Awards, il più prestigioso premio cinematografico israeliano.

L’uscita del film, ma soprattutto la sua premiazione ha suscitato infuocate polemiche, dato che il film mette in cattiva luce Benjamin Netanyahu, ma segnala anche che qualcosa si muove nel profondo dello Stato israeliano.

Nel ritirare il premio, Zilberman ha ricordato la figura del “gigante” Rabin, “un uomo assassinato per la sua lotta per la pace” e ha espresso la speranza che queste elezioni possano segnare un nuovo inizio per Israele.

Si è augurato, cioè l’inizio di “una nuova era, nella quale i leader politici, invece di incitare le divisioni, si uniscano per farci amare l’un l’altro”. Augurio irenico, certo, ma simili scintille di speranza fanno guardare il mondo con occhi diversi.

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