21 settembre 2019

Crisi Iran: Trump dice che serve moderazione

Trump

“Penso che la moderazione sia una buona cosa”, così Trump alla conferenza stampa tenuta ieri dopo l’incontro con il primo ministro australiano Scott Morrison.

Una dichiarazione praticamente ignorata nei titoli dei media, tanto che per trovarla si deve ricorrere all’Agenzia di stampa cinese Xinhua.

Per rinvenirla occorre scorrere il report ufficiale della Casa Bianca, nel quale si scopre che Trump ha ribadito due volte tale concetto, spiegando che sarebbe “facile” intervenire, ma che, appunto, serve moderazione.

Parole che indicano una prospettiva, molto più delle altre spese nel corso dell’incontro con i giornalisti, nel quale ha ribadito la condanna per le asserite attività iraniane contro i sauditi, annunciando nuove sanzioni (del tutto inutili) e l’invio di truppe e armi americane a Riad.

Parole e iniziative, queste ultime, inevitabili, dato che Trump non può sconfessare l’intelligence e il suo Segretario di Stato, che stanno cercando di convincere il mondo della responsabilità di Teheran per i recenti attacchi alla compagnia petrolifera saudita Aramco.

Il presidente Usa è, al solito, alquanto isolato nel suo fortino, anche se sembra avere il sostegno di parte dell’apparato americano, e deve trovare una via di uscita a questa escalation.

L’attacco all’Aramco non è stato solo percepito come una minaccia all’approvvigianamento energetico globale, ma anche come uno scacco agli Stati Uniti, dato che ha rivelato la loro incapacità a proteggere l’Arabia Saudita, pedina fondamentale della politica mediorientale ed energetica statunitense.

Uno scacco evidenziato da altri attacchi portati dallo Yemen dai ribelli Houti contro il territorio saudita, ma impossibile da ignorare ora che ha colpito il cuore stesso della sua produzione petrolifera.

Da parte loro, i sauditi hanno risposto all’attacco bombardando la città yemenità di Hodeidah e legittimando tale iniziativa come un attacco preventivo per fermare un barchino senza pilota approntato dagli Houti che, partendo da Hodeidah, avrebbe dovuto colpire obiettivi nel Mar Rosso.

L’attacco risulta in violazione al recente accordo di Stoccolma siglato dalle parti, che avrebbe dovuto preservare la pace a Hodeidah, città cruciale per lo Yemen, perché consente l’arrivo degli aiuti umanitari alla stremata popolazione locale.

Di ieri il report di Save The Children sulla terribile situazione umanitaria in cui versa lo Yemen dopo anni di conflitto.

Si tratta dell’usuale, e noto a tutti, memento di una tragedia immane – la situazione umanitaria più tragica al mondo secondo l’Onu -, dove le bombe piovono su ospedali, scuole, mercati, e dove anche la “fame” è usata come “tattica di guerra“.

Sangue che evidentemente importa meno dell’oro nero, denunciano legittimamente gli iraniani. Tant’è.

Importante la dichiarazione di ieri di Mehdi Machat, uno dei capi degli Houti, che, a nome del Consiglio politico dei ribelli, ha offerto un ramo di olivo alla controparte, chiedendo l’inizio di un vero processo di pace.

Un appello niente affatto aleatorio, dato che Mechat ha chiesto ai ribelli di “fermare tutti gli attacchi al territorio saudita con droni, missili balistici e altri mezzi“. Ma al momento appaiono improbabili risposte positive della controparte.

Iniziative volte a cercare di sbrogliare la pericolosa matassa si susseguono, sottotraccia e non. Di ieri la telefonata di Xi Jinping al re saudita Salman e, nei giorni scorsi, l’annuncio del premier giapponese Shinzo Abe di un suo incontro con il presidente Rouhani a margine della plenaria Onu che va a iniziare.

Va ricordato che Abe aveva già provato a cercare vie di distensione, incoraggiato in questo anche da Trump. Ma il suo incontro con Rouhani a Teheran fu vanificato del contemporaneo attacco contro una petroliera in transito nel Golfo di Hormuz, la cui responsabilità fu addossata agli iraniani (l’ipotesi di una false flag non è affatto aleatoria).

Così Abe ci riprova. La dichiarazione di Trump alla conferenza stampa di ieri fa immaginare che il premier giapponese non sia solo nel suo tentativo. Ci vorrà tempo, ma è l’unica strada per riportare ordine nel caos.

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