19 settembre 2019

Pompeo, la "soluzione pacifica" per la crisi iraniana e il terrorista Mandela

Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha parlato di una “soluzione pacifica” alla crisi iniziata con l’attacco alla Compagnia petrolifera saudita Aramco sabato scorso.

Lo ha detto ai giornalisti ad Abu Dhabi, dove è giunto stamane dopo la visita in Arabia Saudita, servita a convincere i sauditi ad addossare la responsabilità dell’attacco all’Iran, dato che avevano evitato di farlo nonostante le insistenze delle Agenzie americane (Piccolenote).

La missione è evidentemente riuscita, dato che, durante la sua permanenza nella capitale saudita, le autorità di Riad hanno parlato di una “inconfutabile sponsorizzazione” dell’Iran, mostrando a riprova alcuni rottami di missili iraniani.

Per inciso, il fatto che gli armamenti siano iraniani non vuol dir nulla, dato che gli Houti yemeniti, che hanno rivendicato l’attacco, usano tali armi da anni.

Considerazione alla quale va aggiunto che la provenienza delle armi vuol dire ancor meno, a meno di addossare la responsabilità degli attacchi terroristici dell’Isis agli Stati Uniti, dato che l’Agenzia del Terrore usa armi e tecnologie Made in Usa.

Ma al di là, resta l’attutimento dei toni di Pompeo nel suo scalo negli Emirati arabi. Se a Riad aveva parlato dell’azione contro l’Aramco – di indubbia responsabilità iraniana a suo parere – come di un “atto di guerra”, cosa che presuppone una risposta militare, ad Abu Dhabi ha virato sulla possibilità di un’opzione meno disastrosa.

Della necessità di una “soluzione diplomatica” ha parlato anche Boris Johnson in una conversazione telefonica con Trump, al quale resta da prendere la decisione finale fra pressioni indicibili.

Con la sua solita irruenza, appena avvenuto il bombardamento, il presidente ha parlato di una risposta “letale”, ma poi ha cercato di prendere tempo, alla ricerca di una qualche via di uscita.

Così anche in questi ultimi giorni, pur ribadendo la possibilità di un attacco all’Iran, ha parlato di “molte opzioni” sul tavolo, il che vuol dire che l’unica possibilità iniziale, ovvero l’attacco, non è più così univoca.

Il fatto di aver ordinato ieri un ulteriore inasprimento delle sanzioni contro l’Iran induce a pensare che Trump voglia mostrarsi forte, ma nulla più. Se avesse già deciso per un attacco, peraltro, l’inasprimento delle sanzioni sarebbe stato del tutto inutile.

Ma è ancora tutto sospeso e i dirigenti dell’apparato della Sicurezza Usa si ritrovano oggi a valutare le varie opzioni sul tavolo per eventuali risposte all’asserito attacco iraniano. Da quelle più disastrose a quelle a minor impatto.

Val la pena, in attesa degli eventi, citare le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, del quale non si può negare il dono dell’intelligenza.

Zarif ha ripreso la sua pregressa immagine di un’amministrazione Usa divisa in Team A e Team B, con il Team B che vuol trascinare in guerra l’America, ingannando Trump.

Del Team B, rimasto orfano di Bolton, sarebbe pedina importante il Segretario di Stato Usa Pompeo, che in questi giorni ha reso dichiarazioni alquanto fuori registro, accusando l’Iran prima ancora di avere in mano una sola prova, vera o asserita che sia.

A Pompeo, Zarif lancia un monito alquanto ineludibile, cioè di ricordarsi che anche nella guerra in Yemen, sauditi, emiratini e Stati Uniti pensavano di poter far strame del nemico. Invece, dopo anni, il conflitto è ancora lì, ed è sempre e più insidioso per Riad e Abu Dahbi.

Invece, l’attacco all’Aramco dovrebbe far riflettere gli Stati Uniti sulla necessità di chiudere il conflitto yemenita, piuttosto che allargarlo a dismisura colpendo l’Iran (il quale ha fatto sapere che, nel caso, si difenderà colpendo basi e navi Usa).

Quindi una stupenda “lezione di storia” rivolta a Pompeo. Per ironizzare su quanto sia ingannevole la lista dei “cattivi” annotati sul libro nero americano, Zarif ha ricordato ai suoi interlocutori che “Nelson Mandela è stato nella lista dei terroristi americani fino al 2008; 15 anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace…”.

Vedere per credere (ne riferisce, tra gli altri, la Nbc, cliccare qui). Troppo intelligente, forse per questo gli Usa non gli hanno ancora rilasciato il visto per partecipare all’Assemblea plenaria dell’Onu che si terrà a New York a fine settembre.

Evidentemente oltreatlantico fanno certa qual confusione tra ospiti e padroni, di casa e dell’assise stessa.

Ps. Alcuni analisti starebbero analizzando le schede dei rottami dei missili trovati in Arabia saudita per individuarne la traiettoria. Nel segreto, senza testimoni e senza un’autorità terza… il rischio manipolazioni è alto; e tale eventualità sarebbe disastrosa.

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