17 settembre 2019

Morire per l'Aramco?

incendio all'aramcoL’attacco alla compagnia petrolifera saudita Aramco infiamma lo scontro Iran-Usa. Mike Pompeo ha subito incolpato l’Iran, seguito da presso da Trump. Accusa del tutto strumentale, dato che non c’è nessuna prova e c’è la rivendicazione dei ribelli yemeniti Houti.

Basta leggere il New York Times, che spiega come l’intelligence abbia informato che le “immagini satellitari erano coerenti con attacchi provenienti da Nord o da Nord-Ovest”, provenienti cioè dall’Iran o dall’Iraq e non dallo Yemen.

Missili poco intelligenti

Ci si immaginava di vedere chissà quali immagini e invece… si tratta di banali foto dei siti colpiti, che mostrano i punti di impatto dei missili, da cui la deduzione della loro provenienza (si stila una linea retta e via).

Con certa ironia, il NYT fa notare che i missili moderni possono cambiare direzione (anche i droni, si potrebbe aggiungere).

Nessun tracciato radar, nonostante l’area sia disseminata di basi, navi e aerei spia americani…

A ciò va aggiunto quanto scrive il Washington Post: “Funzionari della Difesa e dell’Intelligence stanno lavorando per compilare informazioni […] per rafforzare le dichiarazioni dell’amministrazione sulla responsabilità iraniana dell’attacco”.

Insomma, si sta cercando di assemblare prove per rendere le accuse all’Iran più credibili. C’è il rischio che si ripeta quanto avvenne per le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Nel caso specifico non avremo la fialetta agitata da Colin Powell all’Onu, ma magari qualche carcassa di missile rinvenuta nel deserto in direzione Iran.

Ma anche in tal caso si può ricordare che missili e droni si possono guidare e che, ovviamente, gli Houti, per eludere le difese saudite schierate a ridosso della frontiera yemenita, possono aver scelto traiettorie diverse da quelle presidiate dalle difese di Riad.

Analisi sofisticate

A supporto della tesi dell’attacco iraniano diversi analisti sono ricorsi a un’altro argomento scivoloso: è troppo sofisticato per essere opera degli Houti.

Un’argomentazione usata anche alcuni mesi fa per accusare l’Iran di aver attaccato delle navi cisterna nel Golfo di Hormuz, accusa ancora non provata (c’è solo un video alquanto risibile).

Se accenniamo a questo particolare è anche perché, alcuni giorni prima di tale attacco, gli Houti avevano attaccato un oleodotto saudita (sempre Aramco), riuscendo in un’operazione mai fatta prima.

Su un sito informato, i dettagli di quell’operazione: “Gli Houthi sono stati recentemente equipaggiati con missili da crociera, molto più pericolosi dei missili balistici perché vanno alla ricerca del bersaglio con grande precisione”.

Allora hanno sorpreso le difese saudite, escludere a priori che non possono essersi ripetuti è irragionevole e/o strumentale.

Peraltro, basta seguire i siti vicini agli Houti (da Tansim ad al Manar all’Agenzia Fars) per leggere notizie di come gli Houti hanno man mano affinato le loro capacità con armi e tecnologie sempre più efficaci.

Resistenze interne a Riad

Il punto è che Stati Uniti e sauditi dovrebbero ammettere che si è trattata di una legittima azione di guerra. Una guerra iniziata da Riad e che sta straziando lo Yemen, con crimini di guerra commessi dai sauditi e complicità americane, come stigmatizzato dallo stesso Congresso Usa.

E che prosegue perché i sauditi non vogliono la pace perché suonerebbe per loro come una sconfitta.

Un altro elemento che proverebbe la responsabilità iraniana nell’attacco è che il tipo di armamento usato sarebbe made in Teheran.

Elemento probatorio vano se si tiene conto che da tempo gli Houti utilizzano armi iraniane (e l’Isis armi americane, per dire che poco vale l’argomentazione). Ma tant’è.

Infine sull’attacco all’Aramco va considerato il tweet del generale Yahya Sarii, uno dei capi dei ribelli, riferito da al Manar, in cui egli ringrazia le “brave persone dell’Arabia Saudita” che hanno contribuito alla “riuscita dell’operazione”.

Messaggio che spiegherebbe com’è potuto riuscire un attacco tanto sorprendente: grazie a complicità interne. D’altronde la Casa reale saudita si è fatta tanti nemici con le sue politiche repressive (Human Rights Watch).

Il Pentagono contro i neocon

Ad aggravare l’accaduto, l’imminente ingresso in Borsa dell’Aramco. La nuova vulnerabilità della Compagnia petrolifera fa abbassare il prezzo della quotazione e mette a rischio l’operazione.

Riad dovrà forse rimandarla, come già fatto altre volte. Motivo in più per preoccupare Trump, ché i soldi dell’Aramco servono anche a comprare armi americane.

Trump ha minacciato una “risposta”, chiedendo ai sauditi di indagare sulle responsabilità (nonostante la loro avversione all’Iran ne mini l’imparzialità).

Vedremo se e quando ciò avverrà, dato che Trump ha anche detto: “Non voglio la guerra” e che il Pentagono frena e chiede “moderazione”.

Lo scrive il Washington Post, accennando che, come variabile non a rischio escalation, è allo studio un cyber attacco contro Teheran.

In America si sono levate tante le voci contrarie a un attacco. Interessante quella di Ron Paul, che chiede a Trump di “non abboccare all’esca dei neocon” che “vogliono a ogni costo la guerra tra Stati Uniti e Iran”.

Nonostante il recente licenziamento del falco Bolton, scrive Paul, c’è da constatare “la triste verità […] che ci sono tanti John Boltons nell’amministrazione. E hanno alleati nei Lindsay Grahams al Congresso” (noto falco anti-iraniano).

Eppure, secondo Gilles Gaspel, esperto di medioriente intervistato da Repubblica, “la diplomazia ora è costretta a mettersi in moto perché è stato colpito il cuore dell’industria petrolifera e perché una risposta militare non solo non sarebbe sufficiente, ma potrebbe rivelarsi catastrofica per tutti. L’aumento delle tensioni nel Golfo si tradurrà senz’altro nella ricerca di un nuovo negoziato”. Si spera.

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