13 settembre 2019

Trump, il realista, apre a Cina, Iran e Corea del Nord

Trump si è detto disposto a incontrare “entro la fine dell’anno” Kim Jong-un, per riprendere il processo di pace con la Corea del Nord. Dichiarazione di oggi, che segue il raffreddamento della guerra commerciale Usa-Cina.

Sul punto le trattative si sono riaperte: gesti distensivi sono stati fatti da entrambi i contendenti, aprendo prospettive, seppur limitate, al vertice di settembre tra le parti.

Le aperture di Trump

Entrambi i contendenti vogliono la fine delle ostilità: la Cina è estenuata dalla frenata del suo sviluppo economico e dalla devastazione di Hong Kong, preda di una destabilizzazione permanente provocata dal ’68 asiatico.

E a Trump serve chiudere la contesa: i rischi di una recessione globale, sulla quale allarmano un po’ tutti, lo inducono a frenare.

Se i rischi diventano realtà verrebbe letteralmente massacrato dai media, che enfatizzerebbero il ruolo della guerra commerciale sino-americana nella crisi, accusa peraltro di difficile elusione.

Ciò avverrebbe praticamente a ridosso dell’inizio della campagna per le presidenziali Usa. Già più fragile di quanto previsto, la crisi e la campagna mediatica conseguente metterebbero a rischio la sua rielezione.

D’altronde quando Trump ha iniziato questa guerra commerciale voleva solo giungere a un accordo profittevole, non certo cercare di mettere in ginocchio la Cina, come invece hanno interpretato i neocon deviando su tale obiettivo la sua politica (nella quale hanno inserito la variabile Hong Kong).

Le dichiarazioni sulla Corea del Nord seguono a breve – ore – quelle sull’Iran: una serie di aperture culminate ieri dall’annuncio di Trump che le autorità iraniane sarebbero disposte a incontrarlo.

Condizionale d’obbligo, dato che ciò è stato prospettato altre volte attirando le secche smentite di Teheran, ferma nel ribadire che finché ci saranno sanzioni un incontro è impossibile.

La notizia vera non è tanto l’ulteriore annuncio di Trump, quanto il silenzio della controparte: è passato un giorno dalla sua dichiarazione di una disponibilità iraniana e, al momento in cui scriviamo, non è ancora arrivata una smentita…

Trump dopo Bolton

Tali aperture seguono il licenziamento di John Bolton da Consigliere per la sicurezza nazionale. Trump ora è più libero.

A far gioco sulle sue aperture all’Iran anche le difficoltà di Netanyahu, che ha dimostrato di avere certa influenza sul dossier iraniano di oltreoceano: impegnato in elezioni durissime, non ha tempo e modo di dispiegare una strategia opposta.

Di questo “nuovo ordine mondiale di Trump”, libero dai lacci neocon, scrive Mikhael T. Klare su The Nation, in un articolo alquanto approssimativo, ma con cenni significativi.

Per Klare, Bolton teneva fissa la barra di una “ferma opposizione agli accordi internazionali e di una fervida difesa dell’uso della forza militare contro i nemici percepiti” (dove in questo “percepiti” c’è tutta la follia di tale ideologia).

Bolton sarebbe però solo un fiero interprete della linea della politica estera del partito repubblicano, così come si è consolidata dai tempi di Ronald Reagan.

Una linea caratterizzata da un irriducibile avversità verso “l’impero del male” – ora sotto una bandiera russa anziché sovietica, ma ancora governato da Mosca – e la sua costellazione di stati anti-americani (Cuba, Iran, Corea del Nord, Venezuela) che devono essere schiacciati con ogni mezzo”.

Visione semplicistica, dato che tale è la linea neocon e non di Reagan. Pur se è sua la definizione di “Asse del Male”, fu presidente realista: suo l’accordo sul nucleare con l’Urss e suo il sostegno sincero e concreto al tentativo riformista di Gorbacev.

Ma al netto della correzione, resta appunto delineata con chiarezza da Klare la linea politica di Bolton (e dei neocon), che egli indica come altra da quella di Trump.

Ciò perché “Trump non è mai stato parte della politica estera del partito repubblicano, né condivide la sua radicata ostilità nei confronti della Russia o la disponibilità a impiegare la forza militare. Piuttosto, ha forgiato una propria visione di politica estera, impregnata di critiche [a quella tradizionale] e priorità proprie”.

Inutile riportare la critiche alle prospettive trumpiane, tese peraltro a far rimpiangere Bolton. Critiche che peraltro stanno dilagando sui media Usa (a conferma dell’influenza dei liberal-neocon nel Paese), il cui establishement si è in parte consegnato alle logiche dei guerrafondai che hanno imperversato finora.

Ma al di là, resta di certo interesse la definizione della genesi delle divergenze tra Trump e Bolton, come anche del realismo di Trump, disposto a trattare con tutti pur di evitare conflitti.

Trump non è solo come appare. Ha il sostegno di tanto apparato, anche militare come dimostrano gli “applausi” al Pentagono alla sua decisione di allontanare Bolton. Ma è certo che la sua navigazione non sarà priva di contrasti.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page