10 settembre 2019

La Brexit, una questione britannica

La Brexit, una questione britannica, nella foto: Borsi JohnsonIl travaglio Brexit perdura, con Boris Johnson che chiude il Parlamento, con decisione più che contestata, e tiene duro sull’uscita dalla Ue entro il 31 ottobre, nonostante la legge firmata dalla Regina che lo impedisce.

Anche l’ipotesi di una nuova elezione chiesta da Johnson per avere una maggioranza per la “sua” Brexit è stata ostacolata da un’opposizione vincente. Certo può dimettersi, ma c’è il rischio Salvini. Vedremo.

La Brexit e la democrazia

Difficile star dietro alla guerra che dilania la Gran Bretagna, come è difficile cercare di individuare prospettive, peraltro complicate dal fatto che esiste una controparte, l’Unione europea, che non si sa bene cosa voglia fare perché sull’altra sponda della Manica non ha un vero interlocutore.

Nel groviglio, alcune considerazioni. Il referendum sulla Brexit aveva dato un esito chiaro ed è stato evidentemente disatteso, dato che ancora non si sa se e come sarà attuata la decisione dei cittadini.

La nazione considerata un faro della democrazia non riesce ancora, e forse non riuscirà affatto, ad attuare quanto richiesto dallo strumento più potente della sovranità popolare.

E, se non sarà Brexit, quel referendum verrà annullato, con nuovo e più profondo vulnus per la democrazia.

Non solo, anche la decisione di chiudere il Parlamento è un’offesa palese alla democrazia.

Bizzarro che il Paese dove la democrazia vacilla pretenda di dare lezioni di democrazia alla Cina riguardo Hong Kong. Ma fa parte del gioco, ovviamente.

La Brexit e la fine della globalizzazione 

Questo gioco al massacro porta un’altra conseguenza: la Gran Bretagna, da secoli protagonista della geopolitica globale, avviluppata su se stessa, sta registrando un’erosione della sua proiezione globale.

Altra considerazione riguarda la valenza globale di quanto si sta consumando a Londra. La Brexit fu preludio e simbolo di una inversione di tendenza della globalizzazione selvaggia.

Il referendum inglese fu per essa una battuta d’arresto che potremmo definire epocale, dal  momento che ne chiudeva la folle corsa, iniziata nell’89, con il crollo del Muro di Berlino, e consacrata con la presidenza Clinton.

Dopo la vittoria del “Leave” quel modello di globalizzazione è iniziato a vacillare, crollando poi con la vittoria di Trump.

E pure se la Gran Bretagna rimarrà nella Ue, quel modello ormai non sarà più. Troppo è cambiato: nuovi protagonisti regionali e globali fanno di fatto argine al ritorno di una globalizzazione tesa a travolgere Politica e Geopolitica.

Così la battaglia per la Brexit riguarda il destino della Gran Bretagna (e peraltro rischia di perderla se sarà secessione scozzese) e non è più così cruciale per il mondo.

Certo, una Brexit no-deal darebbe uno scossone alla Ue, con ripercussioni globali. Ma è tanto che il mondo si sta preparando a questa eventualità e ad ammortizzarla in qualche modo. Non è certo il rischio esistenziale paventato al tempo.

La Brexit e il compromesso

Un’ultima considerazione riguarda la crisi della Politica britannica. Le convulsioni della Brexit evidenziano la sua incapacità al compromesso. Ne avevamo scritto per la May, vale ancor più oggi che la lotta si fa più sanguinaria.

Troppo spesso nelle analisi si esaltano la coerenza e la capacità di non accedere a compromessi, come fossero doti essenziali per una buona politica. Come denota, in Italia, l’equivalenza tra compromesso e inciucio (che ne è invece accezione negativa).

È vero esattamente il contrario: se certo il non cedere sull’essenziale ha un suo valore, come anche la capacità di resistere a compromessi oscuri, la politica resta l’arte del compromesso, sola via che può evitare una dialettica senza fine e uno scontro esistenziale.

In Italia questa nuova variabile – l’anti-compromesso – fece il suo ingresso in politica e nella cultura con il ’68, che innestò nella dialettica politica l’idea della Lotta continua, assente nella contesa politica del Dopoguerra.

Allora il nemico era il compromesso storico, peraltro la più alta architettura politica del Dopoguerra (Piccolenote). Da allora quella variabile è rimasta, con più o meno forza, nella dialettica e nei circoli della politica e della cultura italiana, con conseguenze nefaste.

Non si vuole indulgere a un giudizio sul quadro politico italiano, che pure si spera conosca distensioni – utili a tutti -, quanto evidenziare i danni dell’incapacità al compromesso, tanto evidenti nel conflitto britannico.

La lotta di oggi lascerà rovine. Certo, Londra ha dimostrato nella storia la sua capacità di riprendersi. Ma il rischio che ciò avvenga troppo tardi, con altri giocatori meglio posizionati sulla scacchiera del mondo, è alto.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page