9 settembre 2019

Netanyahu, le elezioni in Israele e l'impervia variabile Iran

Un incontro tra Trump e Rhouani sarebbe un “affare quasi fatto” secondo i responsabili della sicurezza di Israele, scrive Haaretz.

Una convinzione maturata dopo l’incontro tra Benjamin Netanyahu e Mark Esper, avvenuto giovedì a Londra, dove il Segretario della Difesa Usa era in visita.

A quanto pare, l’affrettato viaggio londinese del premier israeliano sarebbe stato motivato proprio dalla necessità di incontrare Esper piuttosto che il premier inglese Boris Johnson.

Un retroscena insolito, quello delineato da Haaretz, ma in linea col personaggio, uso a deviare l’attenzione dai suoi veri obiettivi.

Netanyahu e le aperture sull’Iran

L’incontro con Esper deve aver dato a Netanyahu motivi di riflessione. Così riferiva Yedioth Aeronoth: “‘Questo non è il momento di tenere colloqui con l’Iran, ma di aumentare la pressione su Teheran’, ha detto Netanyahu ai giornalisti all’aeroporto Ben Gurion prima di imbarcarsi su un volo per Londra”.

Dopo il faccia a faccia con Esper, Netanyahu ha invece affermato che “c’è una possibilità” per tale incontro e che “non sta a lui dire chi deve incontrare il presidente degli Stati Uniti”.

Frasi che avevamo interpretato come un’apertura, come conferma un’analisi del Jerusalem Post dal titolo: “Netanyahu non si oppone alla possibilità di un incontro Trump-Rouhani”.

Si ribalta così la tradizionale posizione di Netanayhu, ribadita durante il G7 di Biarritz, quando cercò “freneticamente” di contattare Trump per dissuaderlo dall’incontrare il ministro degli Esteri iraniano Zarif, giunto al vertice in segreto.

Difficoltà con Trump?

Quella “frenesia” indica il nervosismo di Netanyahu, ma anche il fatto che Trump non gli ha risposto subito, come si aspettava, o forse non gli ha risposto affatto, limitandosi a recepire il suo niet tramite i suoi collaboratori. Non lo sapremo mai.

Netanyahu deve avere problemi con Trump, se per capire la sensibilità Usa sulla crisi iraniana ha dovuto volare in fretta e furia verso Londra per parlare con Esper, col quale evidentemente il confronto non deve essere andato come sperava, date le dichiarazioni successive.

Peraltro, nell’incontro con Esper, Netanyahu deve aver parlato anche di un possibile intervento di Trump durante la campagna elettorale israeliana. Da quando è presidente, Trump non ha mai mancato di manifestare il suo appoggio pubblico a Netanyahu nelle contese elettorali di Tel Aviv.

La volta scorsa, Trump gli regalò il Golan, ora il premier si aspetta l’annuncio di un patto di mutua difesa Usa-Israele.

Il Timesofisrael riporta come la campagna di Netanyahu sia ingolfata da inviti al presidente Usa perché faccia un qualche passo in favore di Israele, cioè verso il suo premier.

“Ma, sorprendentemente, finora Trump non ha ricambiato – né con retweet, e, soprattutto, non con importanti gesti diplomatici”, scrive il giornale israeliano. L’articolo ha un titolo interessante: “Guai in Paradiso? Trump è evidentemente assente dalla campagna per la rielezione di Netanyahu”.

La legge sulle telecamere e il fantasma di Begin

Certe difficoltà del premier le nota anche Haaretz, nell’articolo succitato, nel quale si legge che Netanyahu sta cercando di “organizzare un incontro con Vladimir Putin”.

Ma anche in questo caso sembra esserci una qualche difficoltà, se si accenna a un alternativo “vertice tra i Consiglieri per la sicurezza nazionale di Israele, Russia e Stati Uniti, come quello tenuto in Israele nel giugno scorso”. Un ripiego.

Come qualche difficoltà Netanyahu sta riscontrando nella campagna elettorale. Ha provato a far approvare una legge per legittimare il monitoraggio del voto, tramite telecamere, nei seggi arabi (come già avvenuto nelle scorse elezioni, ma scoraggiato stavolta dalla Corte suprema).

La corsa all’approvazione di questa controversa legge è stata bloccata dall’opposizione di Avigdor Liberman. Un rovescio inatteso per il premier, che per tentare di varare la legge ha anche perso il supporto di Benny Begin, figlio dell’avito fondatore del Likud Menachem Begin. Defezione pesante.

Partita nervosa, questa delle elezioni israeliane. Da qui al 17 settembre può succedere di tutto.

Lo sceicco del Kuwait negli Usa

Una partita che, come accennato, si interseca con quella più ampia del confronto Usa-Iran. Teneran ha annunciato di incrementato il livello di arricchimento del suo uranio in risposta al mancato rispetto del patto sul nucleare da parte degli altri contraenti.

Nonostante questo, la Francia, che sta spingendo per una soluzione della crisi, ha dichiarato che i canali di comunicazione con Teheran restano aperti.

Dell’Iran dovevano sicuramente parlare anche lo sceicco del Kuwait, Sabah al-Ahmad Al-Sabah, e Trump, che lo aveva invitato alla Casa Bianca.

Perché il Kuwait è forse il Paese del Golfo più vicino all’Iran, dopo l’Oman, ed è prossimo agli Usa per i legami creati dalla prima guerra del Golfo.

Purtroppo lo sceicco si è sentito male ed è stato ricoverato in un ospedale degli Stati Uniti. Incontro rimandato, con rammarico di Trump su twitter. Tutto ancora sospeso, dunque, ma si registrano cenni interessanti.

 

 

 

 

 

 

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