5 settembre 2019

Netanyahu, le ardue elezioni e le quasi aperture all'Iran

Netanyahu e RivlinSempre più aggrovigliato il quadro israeliano in vista delle elezioni del 17 settembre, ingarbugliato ancor più dalle variabili della politica estera.

Netanyahu lavora di cesello sui partiti della destra ultra-ortodossa, con la quale ha stabilito patti di ferro.

Più arduo il rapporto con la coalizione Yamina, sempre ultra-ortodossa, di Naftali Bennet e Ayelet Shaked, che però, dopo un tentativo di correre in solitaria – per scippargli la leadership della destra -,  hanno deciso di associarsi a Netanyahu, come rivela il cambiamento di opinione sulla necessità di garantire l’immunità al premier dalla magistratura, opzione negata in precedenza.

La parte avversa, il partito Blue and White di Benny Gantz e Yair Lapid, spera di pareggiare i seggi del Likud di Netanyahu per fare una grande coalizione con il suo partito senza di lui, grazie all’appoggio di Israel Beitenu di Avigdor Liberman, acerrimo nemico del premier.

Uno sviluppo possibile se ci sarà una fronda interna al Likud contro il premier, tutta da verificare.

Lo scontro tocca anche l’intreccio politica-religione: Gantz parla apertamente della necessità di un ritorno della politica alla laicità, suscitando reazioni tra gli ultra-ortodossi.

Il regalo elettorale

Su un quadro tanto complicato, variabili nuove. Si sta lavorando a un annuncio a sorpresa pro-Netanyahu di Donald Trump a ridosso delle elezioni, come avvenuto per le precedenti con il riconoscimento Usa della sovranità di Israele sul Golan.

Si tratterebbe di annunciare un’alleanza difensiva Usa-Israele, mai formalizzata nonostante il sostegno di Washington a Tel Aviv.

Per Amir Tibon (Haaretz), che accenna a una conferma autorevole di Mike Pompeo sul proposito, è impossibile formalizzarla in così poco tempo, dato il complicato iter. E però Trump potrebbe annunciare egualmente l’inizio di un negoziato in tal senso.

Natanyahu ne beneficerebbe comunque, il resto si vedrà. L’idea di un tale Patto non è aleatoria, tanto che l’ha sostenuta pubblicamente il ministro degli Esteri Israel Katz.

Un Patto complicato e a rischio

Iniziativa che ha mille difficoltà, date le tante e complesse conflittualità in cui è impegnato lo Stato israeliano, che sarebbero così condivise dagli Stati Uniti e soprattutto dall’opinione pubblica americana (una guerra a Gaza?).

Complicazioni che suscitano perplessità anche In Israele. Alcuni alti ufficiali dell’esercito temono che un tale accordo “legherà le mani” delle forze di sicurezza israeliana.

Detto questo è possibile un annuncio più limitato, come sembrano indicare le parole di Katz, che ha parlato di un patto riguardante solo “le minacce nucleari e i missili a lungo raggio dall’Iran“.

Netanyahu e l’Iran

Già, l’Iran, convitato di pietra di questo travaglio. Di ieri un lungo articolo del New York Times sui piani che da più di un decennio sta perseguendo Israele per colpire Teheran, giustificati dalla necessità di fermarne lo sviluppo nucleare.

L’articolo del Nyt, ripreso da Timesofirsrael, ripercorre i tentativi di Netanyahu, deciso a colpire, che avrebbero spaventato Obama, date le implicazioni del caso, inducendolo a frenare in tutti i modi l’attacco e ad accelerare la stipula di un accordo con Teheran per togliere l’ipotesi dal tavolo.

La questione si riproporrà dopo le elezioni. A stare al Nyt, dato che il freno Obama non c’è più e che alcuni, in Israele e in America, sono convinti che Trump non si opporrebbe.

Secondo il quotidiano di New York, l’ipotesi di un tale bombardamento non avrebbe il sostegno di Gantz, data le disastrose implicazioni.

Le “quasi” aperture all’Iran

In realtà neanche Trump appare tanto entusiasta. Negli ultimi tempi ha più volte dichiarato di voler trattare con gli iraniani. Anche ieri, a una domanda se fosse disponibile a un incontro con il presidente Hassan Rouhani, ha risposto: “Certo, tutto è possibile“.

Una ipotesi alla quale Netanyahu ha avuto un approccio diplomatico: pur ribadendo la sua determinazione contro il nucleare iraniano, ha affermato che non sta a lui dire chi debba incontrare il presidente degli Stati Uniti.

Ma soprattutto affermando che c’è “una possibilità” per tale incontro e che, se avverrà, Trump avrà un approccio più “combattivo e razionale” (sottinteso del suo predecessore).

C’è da coinvolgere Putin in questa possibilità, che Netanyahu ha detto dovrebbe vedere a breve…  Forse non è una svolta, ma sembra un approccio più possibilista…

Navigare in acque agitate

Di oggi la notizia che il cosiddetto piano di pace israelo-palestinese, che piace a Netanyahu e non ai palestinesi, perde il suo architetto, Jason Greenblatt, che ha annunciato le sue dimissioni dopo la pubblicizzazione dello stesso.

Annuncio che suona funebre per il piano. Una tegola per il premier israeliano, che deve incassare anche la critica del presidente di Israele, Reuven Rivlin, che lo ha biasimato per aver trascinato il Paese a nuove elezioni, dopo lo stallo delle pregresse, rifiutando la possibilità di un nuovo mandato ad altri.

Acque agitate per Netanyahu, che potrebbero perderlo o convincerlo a cambiare strategia, come appare (dubitativo d’obbligo) dalle parole sull’Iran. Ma potrebbe ovviamente perseverare sulla sua strada, confidando sulla sua magia e sulle sue  doti di navigatore. Vedremo.

Nella foto in evidenza, Netanyahu e Rivlin

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