27 agosto 2019

Hong Kong: resteranno solo macerie?

bandiera americana a Hong KongHong Kong come piazza Maidan: un’interpretazione alquanto diffusa delle proteste che si succedono nella città che Pechino definiva con orgoglio la “Perla dell’Asia”, ma che non trova spazio nei media d’Occidente, la cui narrazione vede il solito binomio libertà contro dispotismo.

Così è interessante notare che un sito americano come il National Interest l’abbia invece proposta con un articolo di Lyle J. Goldstein, che riferisce quanto scrive un analista russo che, si annota, sarebbe sciocco liquidare come “propaganda”.

Hong Kong e Maidan

Tanti i parallelismi tra le proteste di Hong Kong e la rivoluzione ucraina, a iniziare dal fatto che la ribellione non è diretta “contro le autorità locali […] Piuttosto, l’impegno primario è quello di combattere un potere esterno meno vicino, ma molto più potente, Mosca nel primo caso e Pechino nel secondo. Indubbiamente, entrambe le crisi, seppur originate da rimostranze politiche interne, hanno assunto forti connotazioni geopolitiche”.

Inoltre le proteste si accordano con le direttrici della “nuova Guerra Fredda”, che oppone le istanze liberali di quanti reputano di trovarsi “dalla parte giusta della storia”, secondo una consolidata “tradizione teleologica” occidentale, all’Oriente e ai suoi regimi dispotici.

Sul punto, però, ammonisce Goldstein, i cittadini “di Hong Kong potrebbero consultare la popolazione ucraina per scoprire cosa vuol dire realmente essere in prima linea nella Nuova Guerra Fredda”. 

“A conti fatti, il popolo ucraino ha purtroppo poco da mostrare come risultato di Maidan oltre all’aumento della polarizzazione [politica e sociale, ndr], della disgregazione politica, la stagnazione economica e la violenza, sia interna che esterna, che si manifesta in modalità terribili”.

Non mancano i parallelismi più diretti, ovvero gli intensi rapporti tra politici e diplomatici americani con i protagonisti delle proteste, Victoria Nuland e altri per Maidan, il personale diplomatico di stanza a Hong Kong, e altri, nella crisi asiatica.

Particolare che irrita Pechino, il cui nervosismo è aumentato dallo sventolio di bandiere americane e britanniche che si registra puntuale nelle manifestazioni: come sventolare un “drappo rosso davanti a un toro”.

Annotazione che suscita una domanda legittima: i manifestanti di Hong Kong, i quali sperano che gli Stati Uniti interverranno per salvarli dalla Cina, dovrebbero ricordare “come l’America ha ‘salvato’ l’ Ucraina dalla Russia”.

Prospettiva macerie 

La Cina finora non è intervenuta perché spera che le autorità di Hong Kong siano in grado di gestire la situazione e perché sa che l’ingresso dei carri armati in città sarebbe un regalo alla propaganda avversa.

Ma, ribaltando tale punto di vista, sottolinea Goldstein, potrebbe invece accadere che la situazione convinca Pechino che il modello “un Paese, due sistemi”, che ha garantito finora l’unicità di Hong Kong, sia ormai superato. E che muova davvero l’esercito, non solo contro la città, ma anche contro la “ribelle” Taiwan.

Se così accadesse, “l’esito della protesta di Hong Kong sarebbe ben peggiore del sanguinoso bilancio del Maidan in Ucraina, che ha innescato una sanguinosa guerra civile nell’Ucraina orientale durata quasi cinque anni”.

Al di là di tali considerazioni, conclude Goldstein, val la pena accennare a un particolare ignorato nei resoconti dei media nostrani, che raccontano di Hong Kong come un’isola occidentale, per stile di vita e aspirazioni.

Una visione che non tiene conto della storia, dal momento che la “Cina non ha dimenticato che Hong Kong è stata staccata in modo irreversibile dal Regno di Mezzo come parte del capitolo più glorioso della storia coloniale britannica caratterizzato dallo spaccio di droga su larga scala gestito sulla punta delle baionette”.

Nessuna menzione della “guerra dell’oppio” sui media occidentali, nulla importando che “Hong Kong non esisterebbe senza quella nefasta storia”.

La carta Shenzen

Così si può terminare con una analisi del Global Times, che lamenta il sostegno americano ai manifestanti come parte dell’azione di contrasto alla Cina.

Gli Stati Uniti, scrive il media cinese, vorrebbero “riconquistare la città all’Occidente”. Ma se tale “obiettivo non potrà essere raggiunto, allora lasceranno che Hong Kong precipiti nel caos. A quel punto Washington potrà ipocritamente esprimere il proprio rimpianto addossandone la responsabilità a Pechino”.

“L’Occidente – prosegue il Global times – non ha versato lacrime per l’Iraq, la Siria e l’Ucraina, che hanno attraversato difficoltà simili. Ora sta trasformando Hong Kong nella prima linea del conflitto contro la Cina e, come al solito, non verserà lacrime per la tragedia” che ciò causerà alla città.

Nel frattempo, la Cina ha sparigliato, varando un programma di sviluppo che renderà Shenzen, a ridosso di Hong Kong ma controllata da Pechino, la nuova porta del Regno di Mezzo al mondo in sostituzione di quella. Teme appunto la rovina di Hong Kong e sta preparando l’alternativa.

Le macerie di Hong Kong resteranno al loro posto, a memoria e monito delle conseguenze di questa stagione di follia neocon.

 

Ps. A proposito delle asserite violenze della polizia, ad oggi peraltro molto più moderata di altre occidentali alle prese con manifestazioni di piazza, il Global Times riferisce di minacce ai poliziotti, dei quali su internet vengono postate generalità, residenza e dettagli sulla famiglia. Particolare invero inquietante…

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