14 agosto 2019

Yang Jiechi incontra Pompeo. Si attenuano le asperità Usa-Cina

Yang Jiechi incontra Mike Pompeo Yang Jiechi, capo dell’Ufficio degli Affari Esteri del Partito Comunista cinese, si è recato ieri negli Stati Uniti, dove ha incontrato il Segretario di Stato Mike Pompeo.

Il contenuto del colloquio è riservato, ma nel riferire la notizia, battuta dall’Agenzia stampa cinese Xinhua, il South China morning Post fa notare che giunge nel momento in cui la conflittualità  tra le due potenze è giunta al parossismo.

L’occupazione dell’aeroporto internazionale di Hong Kong da parte dei manifestanti anti-Pechino ha acceso più che mai le polemiche incrociate: se la Cina chiede agli Stati Uniti di smettere di sostenere le proteste, non solo a livello verbale, dall’altra l’America rende più forte ed esplicito il sostegno e chiede a Pechino moderazione contro le proteste.

Un’iniziativa di grande impatto quella dei manifestanti, dato che per due giorni l’aeroporto è rimasto chiuso, con gravi disagi e perdite rilevanti per l’economia della città (e non solo).

E che ha acceso la furia del governo di Pechino, che ha usato la parola “terrorismo” contro i ribelli, anche se preceduta da un “quasi” che evita le dure misure restrittive conseguenti.

Tanto che in Occidente si narra di un inevitabile intervento dell’esercito cinese, cosa che Pechino si guarderà bene dal fare, dato che non vuole né può permettersi un’altra Tienanmen.

Non solo Hong Kong, l’incontro tra i due alti esponenti diplomatici ha avuto luogo mentre alta infuria la guerra commerciale tra le due potenze globali, che vede Trump infierire con dazi che stanno infliggendo gravi perdite all’economia rivale.

Interpellato dal giornale di Hong Kong sul motivo dell’incontro, Shen Dingli, un professore di studi statunitensi presso la Fudan University, ha dichiarato che “l’incontro indica che entrambe le parti stanno cercando di impedire che lo scontro tra le due potenze sfugga al controllo”.

Nello stesso articolo, il parere di Wu Xinbo, direttore del Center for American Studies della Fudan University: “L’incontro non sarà molto utile, ma dimostra che le parti possono ancora parlare”.

Molto più interessante un altro cenno di Xinbo: “Anche se Donald Trump ha affermato che la Cina può gestire la situazione a Hong Kong e che non è interessato alla città, altri politici stanno cercando di intervenire in questa. Trump non può controllarli e non li fermerà”.

Tra quanti interferirebbero indebitamente nelle cose di Hong Kong, il governo di Pechino ha individuato il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, la cui “mano nera” sarebbe dietro le manifestazioni.

Accuse respinte al mittente dall’interessato, che lunedì ha parlato di Hong Kong con Boris Johnson, leader di quella Gran Bretagna che avanza ancora pretese sulla città, nella quale ha ancora certa influenza.

Ma resta l’incontro di ieri tra Pompeo e Yang Jiechi che, essendo esponente di punta del partito comunista e non un membro del governo, ha avuto un tono meno formale, ma egualmente sostanziale.

L’incontro tra i due sembra non aver dato risultati apparenti, ma qualcosa si deve pur essere mosso se la telefonata tra il vice premier Liu He, che presiede i negoziati commerciali con gli Usa per la parte cinese, e il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin ha avuto esito positivo, con il posticipo dell’introduzione di nuovi dazi contro la Cina previsti a settembre.

Certo, sarebbero stati un bagno di sangue anche per le imprese Usa, che si devono preparare a nuove vie di sviluppo, ma nonostante ciò la Cina ha salutato l’annuncio americano come un “segnale positivo“.

Né va sottovalutato che il 6 agosto Yi Gang, governatore della Banca centrale cinese, nell’affermare la stabilità dello yuan a fronte delle tempeste commerciali – parole obbligate dalla situazione – ha tenuto ad evidenziare che “rifiutando la svalutazione competitiva, il Paese non farà ricorso ai tassi di cambio per gestire le incertezze esterne come le controversie commerciali”.

Una rassicurazione indiretta alla preoccupazione di Trump, che alcuni giorni fa ha accusato Pechino di “manipolare la valuta” come leva contro l’economia Usa.

La guerra contro la Cina è destinata a durare tempo, ma, come fa notare l’incontro  tra Pompeo e Yang Jiechi – come anche altri segnali incrociati -, sottotraccia c’è chi lavora per spegnere gli incendi.

 

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